giovedì 18 aprile 2013

Una casa nuova - A new house


Giro la maniglia e la porta si apre. La stanza sembra vuota. Una pianta di ficus con le foglie lucide mi accoglie, immobile.
Mi siedo su una poltroncina scura davanti a un basso tavolino di cristallo su cui vi sono alcune riviste dagli angoli sgualciti.
Dietro le tende chiare a liste verticali un sole primaverile bisticcia con uno strato di nuvole alternando luce e ombra. Il silenzio è scandito dal leggero ticchettio dell'orologio sulla parete: le 9.15.
Sulla porta dello studio c'è una targhetta: Elisa Levi - Psicologa.
È una brava dottoressa, Elisa. La apprezzo molto per i sui modi semplici ma efficaci di andare diretta al punto.

Uno scatto improvviso: la porta di ingresso gira e appare Elisa, trafelata, con una pesante borsa professionale in mano mentre parla con il telefono cellulare incastrato nell'incavo della spalla: "Pronto? Sì, sono arrivata in questo momento…"
Con un sorriso e un'occhiata mi saluta, e facendo cenno con l'indice sollevato scompare oltre la porta del suo studio.

Cala il silenzio, sono di nuovo solo…
Riemerge il ticchettio dell'orologio: le 9.20.

Poi, un tono elettronico lacera quella quiete temporanea: il citofono.
Dalla porta dello studio nessun movimento: Elisa dev'essere ancora al telefono…
Il citofono suona di nuovo. Mi alzo e mi avvicino all'apparecchio.

È un videocitofono: nel piccolo schermo l'immagine di un ragazzo con gli occhiali sembra fissarmi dritto negli occhi.
Un attimo di esitazione e sollevo il ricevitore... La voce del ragazzo: "Elisa, sono Luca. Scusa il ritardo: sono caduto col motorino..." Schiaccio subito il pulsante di apertura e ripongo la cornetta.
Con una certa ansia spalanco la porta di ingresso e attendo l'approssimarsi dei passi sulle scale...

Poco dopo, oltre il pianerottolo, emerge la sagoma in controluce del ragazzo con un casco infilato al braccio. Zoppica leggermente e si massaggia il gomito mentre, con lo sguardo abbassato, scruta le proprie gambe cercando forse un possibile strappo alla stoffa dei pantaloni…

"Ho risposto io al citofono, Elisa è impegnata al telefono. Va tutto bene?" gli chiedo dalla soglia della porta.
Lui alza gli occhi e, dopo una breve interdizione per avere colto una voce inattesa, risponde: "Credo di sì... mi fanno un po' male il ginocchio e il gomito ma sto bene..."

Lo aiuto a muoversi, appoggio il casco sul tavolino e gli faccio cenno in direzione di una delle poltroncine. Lui si siede, scarica la tensione con un respiro profondo e si prende una breve pausa…
Per fortuna sembra non essersi fatto nulla di serio.

Poi si ridesta: "Avevo un appuntamento alle 9.15, che ore sono?"
"Sono… le 9.25. Strano: avevo un appuntamento alle 9.15 anch'io" gli rispondo, "Elisa si sarà sbagliata?"

"Non saprei... Io sono qui perché fatico a dormire" riprende Luca, "E tu?"
"In un certo senso anch'io."
Non so perché non gli accenno della mia malattia, di solito non ho problemi a parlarne. Forse temo di innescare una di quelle assurde conversazioni dove vince chi sta peggio...

"Sai" continua lui, "Il terremoto…"
"Ah, certo. Ti capisco."
… sì, il terremoto.
Qui in Emilia lo scorso terremoto è stato un evento terribile e psicologicamente devastante.
Luca riprende il discorso: "… già dopo la prima scossa io non sono più riuscito ad addormentarmi serenamente. Mi ha colto nel sonno, come tanti del resto: era notte fonda."
Io annuisco e lo ascolto attentamente. I ricordi di quei terribili momenti riaffiorano come se stessero aspettando sotto il pelo dell'acqua di uno stagno addormentato… Non erano, tuttavia, i miei ricordi della scossa di terremoto. Erano bensì i ricordi della mia malattia, a cominciare dall'istante in cui la dottoressa, accostandosi al mio letto di ospedale, mi disse che avevo la leucemia.
Come un terremoto in piena notte, mi capitò quel tragico evento in "piena vita". Avevo quarantadue anni, ero sano e forte.  E quel macigno inaspettato mi investì.
Luca prosegue: "Ricordo che mentre nel buio realizzavo che si trattava davvero di un forte terremoto, una domanda mi risuonava nella testa: perché? Perché?
Ma non c'era spiegazione. Il terremoto arriva così: inatteso, senza una ragione, senza un segnale.
E quella degli animali che si agitano prima della scossa a me è sempre parsa una favola..."
Sì, ricordo anch'io quella domanda: perché? Perché mi ero ammalato di una malattia così grave? Dove potevo avere sbagliato qualcosa? Nemmeno un segnale, un dettaglio che indicasse che stavo calandomi in un pozzo così profondo? Non sapevo nulla della leucemia e quei dubbi mi straziavano.
Ancora Luca: "E poi la casa, le mie cose... Tutto si muoveva, si agitava. Mi sentivo piccolo e impotente in un mondo arrabbiato che sfogava la sua ira tutto intorno.
La mia casa, la mia sicurezza, si era trasformata in un nemico, un pericolo per la mia sopravvivenza."
Già… Accorgersi che  una parte di noi stessi ci si rivolta contro è terribile. Il corpo, la sede della mia anima, barcollava pericolosamente mettendomi in pericolo di vita. E io, là dentro, senza via di uscita dovevo cercare il muro portante e stargli accanto aspettando la fine di quell'evento devastante.
Luca fa una pausa. Ora i suoi ricordi si fanno più vivi: "La casa era fortemente compromessa. Abbiamo dovuto abbatterla fino alle fondamenta. Quel periodo fu molto difficile: non riuscivo a restare lucido davanti alla prospettiva di distruggere tutto, anche quel poco che sembrava essersi salvato."
Nel periodo pre trapianto, durante la fase di preparazione, si provoca l'aplasia midollare. Chemio e radioterapia distruggono gli elementi che costituiscono il midollo malato e così si creano i presupposti per insediarne uno nuovo, per la ricostruzione ematologica.
In quel periodo così grave le mie condizioni fisiche crollavano per le cure. Era l'abbattimento della mia casa per poterla poi ricostruire su fondamenta nuove.
Durante il suo racconto Luca vaga con lo sguardo tutto intorno, come davanti a un film invisibile. Gesticola plasmando l'aria per dare una forma ai suoi ricordi. Ora serra i pugni: "La notte era sempre brutta. Chiudere gli occhi sperando che non arrivasse un'altra scossa era impossibile. Poi la stanchezza prendeva il sopravvento."
La stanza dell'UTM, l'Unità Trapianti di Midollo, è piccola e raccolta. Il silenzio è scandito dal rumore meccanico delle pompe per le infusioni. Là si è soli con se stessi e bisogna trovare la forza e il coraggio per andare avanti.
Ricordo che ogni volta prendevo lucidamente la decisione di addormentarmi. E lo facevo affidandomi consapevolmente alla speranza che mi sarei risvegliato qualche ora dopo. Non era una certezza, ma tanto doveva bastare per continuare a crederci.
Luca si sistema sulla poltroncina massaggiando il ginocchio dolorante. Il tono della sua voce si fa meno grave: "Il bello della ricostruzione è che non si è soli. Arrivarono molte persone: la protezione civile, i vigili del fuoco, parenti, amici. Anche sconosciuti volenterosi. E tutti collaboravano per perseguire uno scopo comune. Certo, la situazione restava gravissima e c'era tanto da fare, ma lo spirito era di grande solidarietà e fratellanza."
Il mio pensiero va a chi mi stava intorno in ospedale. Persone che facevano un mestiere, certo, ma che mettevano sempre qualcosa in più sul piano personale e umano. Medici e infermieri, professionisti instancabili, lavoravano fianco a fianco per lo stesso obiettivo. Ma anche i parenti e gli amici più cari; sempre presenti, sempre disponibili e discreti.
Mia moglie, come un soldato, sempre accanto a me, mi infondeva fiducia e speranza, anche quando era ben difficile sperare. Il mio compagno di stanza, con cui ho condiviso momenti buoni e meno buoni: discese e risalite.
E mio fratello. Così diverso da me, per rivelarsi poi, invece, il migliore donatore possibile. Il suo midollo ora è anche il mio…
Ancora un breve silenzio… il ragazzo si fa serio. Evidentemente un pensiero lo turba: "Quando percorro le strade e passo davanti alle case, alcune distrutte, altre sfigurate, altre puntellate, mi si stringe un nodo in gola. Penso alle persone che ora vivono nella paura e nel disagio. Penso a coloro che hanno perso tutto. Non mi riesce di attraversare le vie del mio paese senza pensarci ogni volta. E il senso di una profonda malinconia si rinnova."
Già. Rivivere le proprie esperienze terribili, anche solo nei ricordi, mette angoscia. Quando passo davanti al Policlinico non riesco a non pensare a chi in quel momento vi si trova ricoverato o al lavoro. La sera, soprattutto, le luci accese attraverso le finestre dell'ospedale mi ricordano che c'è qualcuno là dentro, qualcuno che sta lottando contro i propri mostri. E che altre anime buone stanno facendo turni di lavoro lontani dalle proprie famiglie, dando tutta l'assistenza medica e umana di cui sono capaci…
Un grosso respiro e Luca accenna un sorriso: "Ma per fortuna le case nuove sono robuste e belle. Anche la mia.
Non posso escludere che ci saranno altri terremoti e nemmeno che questa casa non crollerà mai, ma almeno so che le cose distrutte si possono ricostruire."
Forse il senso sta tutto qui! Non si può sperare di non ammalarsi mai. Ciò che invece ci si può augurare è che esista un modo per ricostruirsi. Magari dopo avere abbattuto i resti di quanto era stato insultato dalla malattia. Magari dopo avere raggiunto il limite della sopravvivenza in condizioni fisiche estreme. Ma comunque rigenerarsi, rialzarsi, rivivere.
La porta dello studio si socchiude e il viso sorridente di Elisa fa capolino: "Scusate il ritardo: telefonata impegnativa. Vedo che avete fatto amicizia… di che parlavate?"
"Di terremoti e altri disastri" rispondo io, poi aggiungo: "Elisa, avevi fissato entrambi i nostri appuntamenti alla stessa ora, ti sei sbagliata?" e lei, con enfasi: "Non so, dillo tu. Mi sono sbagliata?"
Realizzo che forse… Luca non era lì per caso. Sorrido…

Le parole di Luca mi avevano riaccompagnato dall'inizio alla fine della mia difficile esperienza. Il parallelo fra malattia e terremoto era incredibilmente pertinente: avevo rivissuto passo passo il mio percorso nel suo racconto, seppure apparentemente così differente…

E ora una immagine mi appare, lampante.

La mia nuova vita è la mia nuova casa.
La mia nuova casa è la mia nuova vita.



giovedì 21 marzo 2013

In fila alle Poste - Standing in line at the post office



Con mia moglie all'ufficio postale.
Prendo il numero per il mio turno in fila e mi siedo in attesa.

Mi guardo attorno: gli uffici postali sono cambiati. Anni fa erano luoghi tristi, illuminati con luci al neon. La fila si faceva in piedi, con i bollettini da pagare in mano. E quelle attese così lunghe… per i pensionati era un modo per ritrovarsi e socializzare.
Per i bambini invece era una noia: le mamme li tenevano per mano e loro, dopo avere scambiato un breve sorriso con le persone intorno, protestavano dimenandosi per liberarsi dalla presa.
E gli impiegati… facevano un mestiere ossessivamente ripetitivo, con le stampanti che ronzavano ritmicamente e il tonfo martellante del timbro postale; sempre due colpi alla volta.
Allo sportello c'erano i vetri antirapina e si faticava a capirsi attraverso la fessura…
Lasciare l'ufficio postale era un sollievo: si riguadagnava la luce del giorno e il corso dei propri impegni…

Dove mi trovo ora è tutto diverso. Il soffitto è pulito e vi sono numerose lampade che emettono una bella luce chiara. Sono circondato da scaffali di libri in vendita. Più in là c'è anche il banco di un bazar con una signora che vende piccola cancelleria, portachiavi e pupazzetti per bambini.
C'è una gradevole musica di sottofondo e una diffusa sensazione di serenità, nonostante, essendo sabato, gli addetti stiano lavorando alacremente.
E poi questo efficiente sistema di gestione delle file, con il numero del turno da servire ben visibile sugli sportelli… io ho il mio biglietto in mano… distrattamente ci gioco un po', badando di non stropicciarlo troppo.

La mente, nelle attese, fa percorsi imprevedibili e chissà perché mi ritrovo a ripensare al mio ricovero, alla mia malattia. Forse ancora considero una fortuna insperata il poter condurre una vita normale dopo quello che ho passato. Essere in attesa in un ufficio postale equivale a disporre in piena libertà del proprio tempo, al punto di poterlo addirittura sprecare impunemente aspettando il turno in fila.
Il contrasto con il ricordo di quando invece mi aggrappavo alla vita minuto dopo minuto è forte e mi fa riflettere...
Assorto in questi pensieri faccio appena caso a mia moglie che all'orecchio mi sussurra: "Guarda, c'è il Professore."

Mi volto e scorgo, alle mie spalle, un soprabito. Più su una barba scura… sì è Luppi, il Professor Luppi, Direttore di Ematologia.
Mi alzo, porgo la mano: "Professore, buongiorno… sono… beh, sono un suo paziente" e lui, senza battere ciglio: "Certo, mi ricordo. Buongiorno, come sta?" Ecco… sull'onda emotiva dei miei pensieri risponderei: "Sto talmente bene che faccio la fila in posta!" Ma temo che mi prenderebbe per matto, quindi ripiego su una risposta meno originale: "Sto bene, grazie a lei!"
Poi, nell'arco di un istante, un breve scambio di sguardi che sottendono parole…

- Ecco… il tuo stato di salute è il risultato del nostro lavoro di medici e infermieri, ma soprattutto del tuo impegno…
- So di avercela messa tutta, ma tu hai certamente realizzato e condotto una squadra eccellente di persone motivate e volenterose, senza le quali non avrei mai potuto giungere a tanto.

- Non sempre le cose vanno per il meglio, ma tu sembri avere preso la strada giusta...
- Sai, ora vivo le giornate come fossero un dono. Un pacchetto che apro la mattina per arrivare alla sera. E non dirò mai più che sono sfortunato…

Ci salutiamo: "Mi ha fatto piacere rivederla." "Il piacere è mio, Professore."

… sorrido distrattamente ripensando a quando, al mattino, durante il giro delle visite, si formava il consueto capannello di medici intorno al Professore proprio davanti al mio letto. Sussurravano fra loro a bassa voce.
Io tendevo l'orecchio ma non mi riusciva di catturare il senso dei loro discorsi. Poi, uno prendeva la parola e, in termini comprensibili, mi descriveva la situazione e le cure previste.
Alla fine, dopo il saluto, un ultimo scambio di sguardi...

- Ce la farai…
- Ce la farò!



lunedì 18 febbraio 2013

Il gesto - The gesture


È il momento, ora basta!
Compromessi, storie… basta!
Troppo tempo s'è taciuto.
Troppe cose soffocato.

Ora si cambia veramente.
E non ci importa della gente.
Il mio braccio che ti stringe.
Il tuo braccio che mi cinge.

I nostri passi paralleli
Si allungano sospinti.
I nostri esili pensieri
Si son fatti più convinti.

Non è tardi, anzi è presto.
Si riparte, non è finita.
Una vita per un gesto.
Il nostro gesto per la vita.



mercoledì 23 gennaio 2013

Il primo volo - The first flight


Tutto ora è silenzio e quiete.
E tu dormi ma non respiri.
L'amore della tua vita è accanto a te.
Ti bacia e ti sussurra un saluto.

L'aria ti muove e ti eleva.
Una nuova luce ti investe.
Gli occhi rivivono.
Ali candide si schiudono.

Un battito e già voli.
Un altro e ancora sali.
Noi giù e tu su.
Addio amica mia.



lunedì 14 gennaio 2013

Il balzo - The leap


Il sole tramontava. Ero sul marciapiede del binario numero 2 della stazione di Modena. Scambiavo alcune parole con i miei genitori aspettando il treno.
A pochi passi da noi il mio amico Paolo chiacchierava con i suoi.

Avevamo capelli cortissimi. Per un osservatore occasionale eravamo soldati in licenza di ritorno in caserma. Eravamo invece allievi scelti del 130° Corso Allievi Ufficiali di Complemento (AUC), della Scuola Trasporti e Materiali della città militare della Cecchignola di Roma, in trasferta a Piacenza, alla Caserma Lusignani presso il CE.S.A.E. (CEntro Specialisti Armamento Esercito), per un corso di approfondimento di artiglieria.

La breve distanza fra Piacenza e la nostra città consentiva a noi modenesi di fare la cosiddetta “fuga” all’uscita tardo pomeridiana dalla caserma, intorno alle 18, per raggiungere le nostre famiglie e poi rientrare non oltre la ritirata, alle 22.

Era una corsa a ostacoli, ma eravamo ben felici di farla, anche spesso, solo per trascorrere almeno un’ora con le nostre famiglie.

... era la fine di maggio 1988, avevamo 19 anni. Il corso a Roma durava cinque mesi ed era incredibilmente impegnativo. Noi ce la mettevamo tutta ed eravamo ormai alla fine del terzo mese. Ci accompagnavano a Piacenza il Tenente Salvatore Spinosa e il Tenente Guido Manfron. Spinosa era un ufficiale preciso, corretto e dai modi gentili. Manfron, invece, era estremamente severo, eccessivamente puntiglioso e costantemente incazzato.

Disciplina, puntualità, precisione, pulizia. Questi erano i principali insegnamenti della nostra scuola. Sempre al massimo, senza mai risparmiarsi. L’applicazione ossessiva di questi precetti condizionava qualsiasi nostra azione, dalla sveglia alle 6.30 al silenzio alle 23.30.

Prima di partire alla volta di Piacenza, al nostro piccolo distaccamento fu ribadita tutta la lista delle raccomandazioni sul rispetto degli orari e sulle norme di comportamento in quanto ospiti di un’altra caserma. Per responsabilizzarci ulteriormente aggiunsero che l’inosservanza di queste raccomandazioni sarebbe stata punita severamente. E che il mancato rispetto delle regole, con particolare riferimento a un eventuale ritardo nel rientro serale, avrebbe comportato l’immediata espulsione dal corso AUC.

... e con queste premesse eravamo lì, sul marciapiede del binario numero 2 della stazione di Modena, scambiando le ultime frettolose parole con i nostri genitori, in attesa del treno per Piacenza.

Gli altoparlanti fra le corsie farfugliarono qualcosa e qualche istante dopo un lungo treno si fermò accanto a noi.

Salutammo i nostri genitori, aprimmo lo sportello del vagone e pochi istanti dopo ci trovammo seduti sui sedili in attesa della partenza. Entrambi portavamo con noi un piccolo sacchetto con alcuni ricambi di vestiario.

Facemmo appena in tempo a scambiare due parole quando il treno, con un piccolo sobbalzo, si mosse.
Non mi sfuggì il fatto che la partenza del treno non fu preceduta dal fischio del capotreno, ma lì per lì non ci feci caso...

Passò qualche minuto e la porta interna della carrozza si aprì: era il controllore.

Oltre a me e al mio amico Paolo, c’erano due persone: un signore elegante sui quarant’anni che leggeva un libro e un altro poco più giovane che osservava il tardo tramonto dal finestrino.

Tutti esibimmo i nostri documenti di viaggio. Ma quando fu il turno mio e di Paolo il controllore fece una strana espressione.
Noi scambiammo un’occhiata interrogativa: i biglietti erano in regola...

“Questi biglietti sono per Piacenza.” disse il controllore.
“Sì... stiamo andando a Piacenza.” risposi io.
“Ma questo treno non ferma a Piacenza!” esclamò lui di rimando.

Seguì un lungo istante di panico silenzioso...

“... perché non ferma a Piacenza?” chiese Paolo.

E il controllore: “Perché questo treno è l’Intercity Roma Milano. Le fermate previste sono Firenze, Bologna e Milano senza soste intermedie.”

“Ma noi siamo saliti a Modena. Il treno si è fermato a Modena!” protestai incredulo.

“La fermata a Modena era una sosta tecnica, non prevista dal programma di viaggio del convoglio.” spiegò il controllore.

“Ma si è fermato sul binario 2 e allo stesso orario del treno che aspettavamo per Piacenza! Per noi era il nostro treno!” spiegò Paolo tradendo la sua ansia. “Se arriveremo fino a Milano non torneremo mai in tempo a Piacenza entro le 22... perderemo il nostro Corso di Allievi Ufficiali!”

“Sono spiacente... dovrei redigere un verbale e farvi pagare il biglietto fino a Milano” disse il controllore “... ma lascerò correre... vi chiedo però i documenti di identità perché non vi venga in mente di tirare il freno di emergenza.”

Registrò le generalità e ci lasciò proseguendo i suoi controlli.

Noi restammo senza parole. Smarriti...

Il signore distinto posò il suo libro, estrasse da una borsa un orario dei treni e prese a sfogliarlo velocemente. Nel frattempo l’altro signore distolse gli occhi dal finestrino per seguire le vicende nel vagone, decisamente più interessanti.

“Arriveremo a Milano alle 22.45. Poi c’è un treno alle 23 da Milano per Piacenza che arriverà alle 23.50”, lesse il signore elegante.

“La ringrazio per la ricerca. Al nostro arrivo a Milano avremo già perso il corso...” gli risposi io. “Se faremo correre un taxi arriveremo tardi comunque... siamo spacciati!”

I finestrini lampeggiarono. Le luci di una stazione: Reggio Emilia. I cartelli, i muri e le colonne della stazione, là fuori, sfrecciarono via velocissimi e in pochi secondi ci trovammo nuovamente nel buio della campagna emiliana.

Bisognava escogitare subito qualcosa: non potevamo buttare tre mesi di sacrifici in quel modo.

Diedi una lunga e disperata occhiata alla maniglia rossa del freno di emergenza. Sapevo che se avessi fermato il treno l’avrei pagata molto cara a cominciare dal fatto che avrei comunque perso il corso.

Il signore accanto al finestrino prese la parola: “Ma possibile che non si possa chiedere al macchinista di fare una breve sosta a Piacenza?”
“Non credo proprio che ce lo concederanno. Siamo su un treno non su un autobus con richiesta di fermata...” risposi io accennando un tirato sorriso di circostanza.

Per qualche minuto regnò un silenzio irreale. Il treno correva maledettamente forte e non sembravano esistere alternative al fatto che avremmo raggiunto Milano per poi tornare a Piacenza abbondantemente fuori tempo massimo.”

Erano altri tempi. Al giorno d’oggi probabilmente avremmo chiamato uno dei nostri colleghi in caserma a Piacenza con un telefono cellulare per avvertire del nostro ritardo e magari chiedergli di indagare sulle possibilità di farci coprire in qualche modo l’ingresso fuori orario. Ma niente di tutto ciò era possibile: i telefoni cellulari appartenevano ancora al futuro.

Altre luci, un’altra stazione: Parma. Ancora una volta cemento e cartelli guizzarono da un finestrino all’altro come se il treno stesse accelerando sempre di più. E ancora una volta in pochi secondi ci ritrovammo nel buio degli spazi aperti.

Era un maledetto incubo! Non c’era via di uscita e soprattutto non c’era tempo per pensare. Erano ormai le 21.20, presto avremmo superato la stazione di Piacenza: il punto di non ritorno!

Il signore distinto chiuse energicamente il libretto con gli orari dei treni e lo sbatté con violenza sul sedile attirando la nostra attenzione: “Io faccio questa tratta in treno da anni e so che prima della stazione di Piacenza c’è una lunga curva a destra dove il treno è costretto a rallentare. C’è una cosa che forse potete fare...”

Io non capivo dove volesse arrivare: “E se il treno rallenta ma non si ferma noi che cosa possiamo fare? Mica possiamo scendere mentre il treno...” il resto della frase non fu necessario... una nuova minuscola fiamma di speranza si era appena accesa.

“Ma come facciamo? D’accordo, il treno rallenterà, ma non si fermerà affatto!” protestò Paolo, “Ci sfracelleremo!”

“Paolo, credo che non abbiamo scelta. Se arriviamo a Milano, addio corso. Se tiriamo il freno ci denunciano e comunque perdiamo il corso... Il treno fra poco rallenterà e quella sarà la nostra occasione. Dobbiamo almeno provare. Decideremo se farlo o no solo all’ultimo secondo... Ma ora prepariamoci, non abbiamo molto tempo!”

E allora, come se tutti appartenessimo a una squadra collaudata e con un preciso piano in mente, ci alzammo in piedi e attraversammo un tratto di vagone fino a raggiungere lo sportello più vicino.

In quell’area angusta, rumorosa e instabile sostava un ragazzo dai bicipiti sviluppati che stava fumando una sigaretta. Vedendoci arrivare in gruppo e così determinati si scostò per farci passare, ma restò sorpreso quando ci vide fermarci e armeggiare con lo sportello davanti a lui.

Una sinistra vibrazione del pavimento e la nostra perdita di stabilità sulle gambe annunciarono l’inizio della frenata del treno. Ci aggrappammo ai tubi di metallo e dove ci fu possibile per non cadere.

La maniglia gialla dello sportello non voleva saperne di sbloccarsi. Lì accanto, un cartello a colori vivaci recitava, in quattro lingue diverse: “È severamente vietato aprire lo sportello prima che il treno sia fermo.”

Il ragazzo che fumava intuì una certa urgenza nei nostri affannosi tentativi di sbloccare la chiusura e senza fare domande impugnò la maniglia gialla e prese a tirare con grande impegno.

Uno scatto meccanico e lo sportello cominciò finalmente a muoversi. Una piccola pedana lentamente si sollevò svelando gli scalini per scendere dalla carrozza e contemporaneamente un turbine d’aria investì l’interno del vagone sollevando la polvere. Il frastuono delle ruote metalliche che rotolavano sui binari e lo stridore dei freni che continuavano a mordere erano assordanti. In cinque faticammo non poco a spalancare quello sportello così ben congegnato per restare chiuso ermeticamente durante la corsa del treno. Quel treno che ora prese a inclinarsi verso il lato opposto a quello con lo sportello spalancato: era l’inizio della curva che precede la stazione di Piacenza. Non c’era più tempo da perdere!

“Paolo... io scendo!” gridai nel frastuono del ferro... E facendomi largo fra quelle persone che a stento tenevano aperto il varco, discesi gli scalini con il sacchetto dei vestiti sotto il braccio sinistro, stretto forte al petto, e la mano destra ben salda intorno a una fredda maniglia accanto allo sportello. Fermo sul predellino attesi brevemente che gli occhi si abituassero all’oscurità.

Nel buio là fuori vedevo un cielo limpido e stellato e più in basso la campagna e le strade di periferia. Mi voltai verso la testa del treno e mi ritrovai controvento. Gli occhi sferzati dall’aria si inondarono di lacrime. Feci il possibile per strizzarli e mettere a fuoco la vista senza usare le mani.

Accanto ai miei piedi le ruote del treno frullavano a grande velocità, più sotto c’era la ghiaia tipica dei binari ferroviari con quei sassi sfaccettati. A distanza regolare sfrecciavano davanti a me delle pietre distanziometriche verniciate, bianche e nere, e i pali metallici della struttura elettrica di alimentazione dei binari.

Era molto difficile calcolare il momento esatto per spiccare il balzo senza urtare uno qualsiasi di quei mille ostacoli sibilanti nell’aria scura e fresca della sera.

I freni continuavano a lavorare e il treno rallentava, ma eravamo ancora velocissimi e non immaginavo per quanto tempo ancora le morse avrebbero continuato a stringere. Decisi che avrei saltato alla fine del rallentamento o comunque al termine di quella lunga curva.

Improvvisamente lo stridore cessò. I freni avevano mollato. Il treno scorreva libero, anzi ebbi subito la sensazione di una nuova accelerazione.

Non potevo attendere oltre. Guardai verso destra, in alto, all’interno del vagone: “Grazie a tutti!” gridai.
Gettai il sacchetto con i vestiti il quale sparì istantaneamente dalla mia vista... poi presi mentalmente la cadenza con cui sopraggiungevano i pali di metallo e mi lanciai nello spazio vuoto fra due di essi...

Il ricordo di ciò che seguì ancora adesso mi mette i brividi: istintivamente feci per puntare i piedi nella ghiaia e tentai di correre. Il tentativo fallì: ero troppo veloce. Cominciai a rotolare su me stesso accanto al treno. Ricordo distintamente l’immagine delle ruote di ferro nella penombra che scorrevano alla mia destra come mannaie impazzite. Io rotolavo lì accanto cercando disperatamente di non finirci sotto.

Poco dopo, la pendenza del dosso che costeggia i binari mi venne in soccorso spingendomi verso l’esterno della curva. E metro dopo metro sentii l’erba di una striscia di verde sostituirsi ai sassi sotto di me. Rallentai il mio rotolamento fino a fermarmi... mi rialzai cercando di capire se avevo qualcosa di rotto. Nulla. Così mi parve...

“Paolo!” gridai... “Presto!” ...

Vidi volare il suo sacchetto dei vestiti. E qualche istante dopo intuii che anche lui si era lanciato. Non lo vidi con i miei occhi: il treno era ancora in curva e io non potevo vedere il fianco di più di un paio di vagoni avanti.

Per alcuni secondi cercai di riprendermi. Stordito mi misi a cercare il sacchetto dei vestiti. Non appena lo recuperai l’ultimo vagone del treno sfrecciò via trascinandosi dietro il baccano e le luci. Restai al buio nel silenzio col sacchetto in mano e le orecchie che ronzavano, ignorando che fine avesse fatto... il mio amico!

Lo chiamai correndo verso di lui: “Paolo! ... Paolo!”
Lui, poco distante, rispose: “Alfonso, sono qui. Io sto bene e tu?”
Mi precipitai da lui: “Sto bene anch’io! Ce l’abbiamo fatta!”
E lui: “Sì, ce l’abbiamo fatta!”

Qualche istante dopo ci guardammo intorno: eravamo soli accanto al binario, nel buio del nulla che precedeva la stazione di Piacenza. Una recinzione di cemento delimitava l’area del traffico ferroviario. Oltre la recinzione c’era una grossa costruzione di cemento, un capannone apparentemente disabitato, con un ampio cortile deserto.

Nella quiete della sera si potevano sentire le scie del passaggio delle automobili su una strada che evidentemente scorreva dietro quella costruzione sconosciuta...

Non potevamo incamminarci lungo i binari. Era troppo pericoloso e difficilmente giustificabile agli occhi di un eventuale incaricato della stazione, che vedendoci arrivare a piedi anziché in treno avrebbe avuto certamente un sacco di domande da farci.

Decidemmo di scavalcare la recinzione per raggiungere la strada e poi cercare un mezzo di trasporto che ci riconducesse a destinazione. Erano le 21.30.

Con il cuore in gola per quello che avevamo appena compiuto attraversammo quel largo spiazzo silenzioso e tetro, raggiungendo la fine della costruzione. Ma tutto appariva tranquillo e le nostre pulsazioni cardiache lentamente andarono stabilizzandosi.

Non parlavamo. Entrambi eravamo ancora shoccati dagli eventi. Pensavamo al rischio che avevamo corso.

Girammo l’angolo del capannone senza curarci di cosa avremmo potuto trovare oltre, quando... un fascio di luce ci investì! Erano i fari accesi di una macchina in sosta che puntavano verso di noi. Non riuscivamo a vedere bene: quella luce così fastidiosa ci abbagliava.

Continuammo a camminare senza apparenti esitazioni, in silenzio, fianco a fianco, ostentando sicurezza.

Avvicinandoci all’automobile notammo una sbarra a strisce bianche e rosse e lì accanto una sagoma maschile piuttosto corpulenta che si muoveva con un’andatura ondeggiante.

Alzai lo sguardo sulla parete del capannone e scorsi la scritta: “Dogana”... Ebbi un nuovo tonfo al cuore. “Per miracolo non ci siamo ammazzati e ora finisce che ci arrestano!” pensai...

Con un filo di voce sussurrai: “Paolo, non ti fermare... adesso noi usciamo di qui come se fosse una cosa normale...”

Giunti in prossimità dell’automobile notammo che era una vettura della vigilanza notturna. La guardia, l’uomo corpulento, era intenta a controllare il portone di ingresso della dogana. Ci vide arrivare e sospese le sue attività. Girò la testa seguendo il nostro passaggio.

Come se stessimo recitando un copione preparato, quando gli fummo davanti salutammo educatamente: “Buonasera...”. Lui, con un misto di sorpresa e di noia da routine, ricambiò: “Buonasera...”

Ancora pochi passi e fummo fuori dal piazzale, sul marciapiede. Era fatta!

Camminammo... allungammo il passo... gradualmente... prima poco, poi sempre di più... fino a correre... correvamo e ridevamo... fu una liberazione... correvamo a rotta di collo senza pensare troppo alla direzione... agli incroci giravamo dove capitava... fino a quando ci imbattemmo in una fermata dell’autobus dove ci fermammo a riprendere fiato, stupiti di essere vivi e... liberi. L’avevamo scampata ancora.

Erano le 21.45. Eravamo in orario, anzi c’erano cinque minuti di attesa per la prima corsa utile. Paolo infilò una sigaretta fra le labbra ed esitò un momento prima di accenderla... mi porse il pacchetto. Diversamente da lui io non avevo mai fumato, ma decisi che il momento meritasse un’eccezione. E con le dita tremanti per quella serie di emozioni fumai allora l’unica sigaretta della mia vita...

A distanza di anni da allora, mi capita di tanto in tanto di rivivere questa avventura. Chiudo gli occhi e mi ritrovo in piedi su quel predellino, solo e consapevole di stare per correre un rischio fatale e tuttavia determinato a non tirarmi indietro. E ancora sento il freddo del metallo nelle dita strette alla maniglia accanto allo sportello, le vibrazioni del treno sotto le suole delle scarpe, l’aria che mi sferza la faccia nello stridore assordante dei freni che faticano a controllare quella corsa folle.
Fino a quando... in un istante che sembra sospeso per sempre... spicco il balzo e in un silenzio irreale mi ritrovo, ancora una volta, a braccia spalancate, a volare fra la morte e la vita.



martedì 25 dicembre 2012

Notte bianca - White night


Una abbondante distesa di neve immacolata ricopre prati e boschi nella notte fredda. Il manto bianco, come una morbida coperta, avvolge e nasconde la terra e le piante.

Ovunque il silenzio regna sovrano e la luna piena come un faro illumina la scena con la sua luce chiara.

L'aria è immobile, quasi assente, e il cielo nero e profondo brilla di milioni di piccole stelle lontane.

Sul limitare del bosco, ai piedi di un albero robusto, una lepre, con gesti rapidi ma pazienti, fruga fra la neve alla ricerca di un po' di cibo.
Le lunghe orecchie tese, come attente sentinelle, registrano il silenzio della foresta. E gli occhi grandi e veloci guizzano tutto intorno scrutando i dettagli immobili dell'area circostante.

Qualche balzo sulla neve e la scia di impronte leggere si snoda con un nuovo tratto.

Fra i rami secchi di un cespuglio ecco una noce. La lepre si avvicina con circospezione e inizia a rosicchiarne il guscio curando sempre di non fare troppo rumore.

D'un tratto un nuovo aroma pervade le sue narici. La lepre alza il capo e getta lo sguardo sulla piana bianca che la separa da una collina. Alla fine della distesa si scorge l'origine di un sottile fumaiolo chiaro che sale dritto verso il cielo, senza perturbazioni.

Ancora un breve istante di riflessione, poi la lepre decide di attraversare il prato innevato.

Le zampe veloci scattano come molle meccaniche. Piccoli sbuffi bianchi si alzano ad ogni balzo.
Una breve sosta a metà tragitto. Il corpo statico e le orecchie sempre vigili. Ora gli occhi percepiscono un vago bagliore di una luce più calda di quella lunare, bianca, riflessa dalla neve.

La corsa riprende. La base di quel rigo di fumo verticale è vicina.

La scia di impronte che parte dal bosco attraversando la radura antistante, si dirige quindi verso una legnaia coperta dove la lepre si ferma a riprendere fiato studiando quel nuovo ambiente.

Quell'aroma che l'aveva guidata fino a lì è ora molto intenso. Un misto fra legna che brucia e biscotti nel forno.

Una luce gialla proietta una forma di trapezio sulla neve: una finestra illuminata.
Rumori di stoviglie e voci umane, smorzati dai muri, giungono all'esterno della casa: una piccola baita di pietra e legno.

Poco discostata, una fontana gelata, ricavata da un tronco scavato. La parte alta della fontana offre un piccolo spazio orizzontale elevato.

Con esperti balzi misurati, l'animale raggiunge la piattaforma e si immobilizza guardando in direzione della finestra.

Una signora sta apparecchiando una tavola imbandita, mentre un uomo riattizza il fuoco del camino con nuova legna.

In un angolo del tavolo, una piccola bambina dai capelli biondi e ricci sta disegnando su un foglio con una matita colorata.

Poco più in là un grosso albero verde pieno di fiocchi e  addobbi luccicanti.

La lepre prova una intensa sensazione, come di pericolo imminente. Girando di poco le pupille ritorna sulla bambina e nota che ora la sta fissando di rimando.

Per alcuni lunghi secondi i due non distolgono lo sguardo. La prima onda di paura lascia il posto a un reciproco stupore...
Poi la bambina abbassa gli occhi e si muove. Scende dalla sedia e sparisce alla vista della lepre che per qualche istante insiste con lo sguardo sul posto vuoto al tavolo aspettandosi il suo ritorno.

Altri lunghi attimi di attesa poi, con un movimento lento e silenzioso, la porta di casa si apre.
La lepre curiosa scruta la lama di luce che si allarga combattendo con ansia l'istinto di conservazione che la spingerebbe a fuggire via.

La figura della bambina appare, si muove lentamente, si abbassa e appoggia qualcosa sulla soglia.

La lepre è sempre immobile sulla fontana osservando gli eventi con grande interesse. E quando gli occhi si abituano alla luce che filtra dalla porta, l'animale intuisce che quelle sulla soglia sono carote.

La bimba ne raccoglie una e la porge con grazia verso la lepre.
Ancora attimi di circospezione, poi l'animale rompe gli indugi e scende dalla fontana.

La bambina intuisce le sue nuove intenzioni e sorride. Sistema la carota accanto alle altre e indietreggia leggermente.

La lepre si avvicina facendo brevi tratti interrotti da frequenti pause.
Giunta finalmente sulla soglia, agguanta una carota e prende a sgranarla avidamente.

La bambina, inginocchiata e con le braccia incrociate davanti alle ginocchia, spalanca un grande sorriso soddisfatta per il successo conseguito.

La lepre, terminata la prima carota, passa alla seconda...

In casa, intanto, la signora che apparecchiava la tavola, avverte l'aria fresca che soffia verso l'interno, piegando le fiamme delle candele natalizie e creando un forte risucchio nella canna fumaria del camino…

"Maya, cosa fai sulla porta?" chiede ad alta voce senza distogliere lo sguardo dalla tavola.

La lepre si immobilizza per un istante e un attimo dopo corre come un fulmine schivando la fontana, verso la legnaia poi sulla piana bianca e infine scompare nel bosco fra i rami degli alberi appesantiti dalla neve.

La bimba, ancora ferma sulla porta, si alza in piedi. Dopo avere inseguito con gli occhi quella corsa forsennata attende ancora qualche istante aspettandosi qualche evento ulteriore…

Con un tonfo sordo un grosso abete lì vicino si scrolla di dosso un gran carico di neve. Frusciando, una nuvola bianca si alza e circonda quella piccola valanga. Poi, in breve, tutto torna silenzio.

La bambina indugia qualche istante osservando i resti delle carote sulla soglia. Sua mamma la raggiunge e le appoggia una mano sulla spalla… "Cosa c'è Maya?"… e lei: "Niente, mamma, ora chiudo."

È felice, Maya, per quel piccolo gesto. Aveva potuto aiutare un povero essere affamato e spaventato. Non si erano mai incontrati prima e tuttavia la lepre sentiva di potersi fidare. E la sua fiducia era stata premiata.

È mezzanotte della vigilia di Natale.
La famiglia si riunisce e celebra la nascita e i sentimenti di fratellanza e condivisione. Nel cuore di Maya c'è un angolo con alcune carote e una lepre che si avvicina saltellando nella notte bianca…



giovedì 20 dicembre 2012

2012 Auguri... - 2012 Best Wishes...


ai medici: siete eroi in incognito,
agli infermieri: siete angeli sulla terra,
a chi sta lottando: non mollare,
a chi mi è vicino: è un onore esserti amico,
a chi mi volta le spalle: vorrò incontrarti ancora,
a chi non mi capisce: parliamo,
a chi mi ama: insisti più forte,
a chi soffre: continua a sperare,
a chi ho perso: mi manchi terribilmente,
ai miei genitori: sto ancora crescendo,
alle mie figlie: state già crescendo,
a mia moglie: andiamo avanti,
alla morte: non adesso,
al sole: torna presto dentro di me!