mercoledì 19 marzo 2014

Cuori d'acqua - Hearts of water


L'auto si arrestò bruscamente sotto al semaforo. La mamma di Marco era intenta a cercare l'interruttore del tergi lunotto.

Pioveva a catinelle e le spazzole anteriori facevano dondolare la macchina ad ogni passata.

Seduto sul sedile posteriore, tutto imbacuccato nella sua giacca, Marco osservava divertito i movimenti nervosi della mamma intorno allo sterzo. Quel comando non si trovava!

"Mamma, prova a girare la levetta a destra accanto al volante", suggerì infine. Aveva solo 12 anni ma era un ragazzino sveglio.

"Trovato!" esclamò finalmente la mamma con uno sbuffo.

Marco girò lo sguardo sul vetro dove le gocce d'acqua piovana scivolavano come bob su una pista da sci.

Gli piaceva osservare l'immagine distorta del mondo attraverso le bolle d'acqua che correvano.

D'un tratto nella corsia accanto si fermò un'altra auto.

La donna alla guida sembrava intenta a spiegare qualcosa di complicato e lo faceva continuando a fissare il disco rosso del semaforo davanti a lei.

Era appannato, ma si poteva scorgere al finestrino posteriore la sagoma di una ragazzina dall'aspetto annoiato, che disegnava un fiore col dito sul vetro.

Quando gli sguardi dei due giovani si incrociarono, alla ragazzina sfuggì un sorriso.

Aveva gli occhi verdi e i capelli chiari raccolti in una treccia.

Marco ebbe un moto di sorpresa quando si rese conto dopo qualche istante che lei lo stava ancora guardando.

Sorrise di rimando con un leggero imbarazzo, ma si diede un contegno e fece un timido cenno di saluto con la mano.

La ragazzina fermò il dito su un petalo del fiore incompleto e rispose al saluto.

Poi, in una zona libera del finestrino, prese a tracciare nuove linee.

Non era un disegno, sembravano piuttosto lettere dell'alfabeto. Erano stranamente insicure: Marco realizzò che la ragazzina si stava impegnando a scrivere da destra a sinistra come in un riflesso perché lui, oltre il vetro, potesse leggere.

"Lara". Ecco il suo nome: Lara.

Marco dunque si scosse e alitò sul suo cristallo, che invece era limpido, e si cimentò nella scritta riflessa, con una nota di delusione per la scarsa qualità del risultato. "Marco", scrisse, con tratto spigoloso.

Non si rese del tutto conto che aveva appena usato la mano sinistra per scrivere all'inverso sul vetro destro, pur non essendo mancino.

Lara sorrise di nuovo, più convinta, e Marco ricambiò sollevando le sopracciglia...

Il dito di Lara si mosse ancora in una nuova zona appannata. Un segno curvo, forse una mezzaluna... no, c'era una punta in basso... un cuore. Era senz'altro un cuore.

Marco sentì una vampa di calore nel petto e lasciò cadere la mascella in una espressione di totale incredulità.

Lara scoppiò a ridere... Mentre puntava il dito umido nella direzione del naso di Marco.

Lui si riprese a stento dall'emozione e, sempre con la mano sinistra, disegnò sul proprio finestrino il più bel cuore di sempre. Preciso e ben proporzionato, simmetrico e rotondo.

Lara piegò la testa di lato socchiudendo gli occhi. A Marco quel gesto parve di una bellezza infinita. Tutto era silenzio e quiete, anche la pioggia sembrava non voler disturbare...

Ora Marco avvertiva solo quell'intenso fluido caldo che emanava dal cuore e gli risaliva la gola fino a inondargli le guance e le orecchie...

Un sussulto e le due auto si mossero insieme. Quella di Lara svoltò allontanandosi. Marco ebbe appena il tempo di vedere la testolina della ragazza che si girava cercando invano l'ultimo sguardo e poi perse per sempre il contatto.

Tornò con gli occhi sul cuore che aveva disegnato sul finestrino. Alcune gocce stavano colando giù come in un pianto...

Ma non era triste, Marco. Era felice per avere provato quella sensazione così intensa e nuova.

"Mamma" chiese, "che cos'è l'amore?"



mercoledì 12 marzo 2014

L'albero - The tree


Un albero scuro in controluce. L'immagine mi passa davanti così, per caso.
La riprendo e la osservo...

Un robusto tronco piegato pare sostenere a fatica la sua chioma di rami neri, ora grossi, poi sottili. Una fitta rete di nervi, come rivoli d'inchiostro di china in fuga...

Non ci sono foglie, deve essere inverno. Le radici grandi e nodose serpeggiano in superficie prima di affondare nel terreno dove si aggrappano tenaci.

Folate di vento disegnano onde sul mare di erba esausta che circonda l'albero immobile.

Il cielo blu è al tramonto. Più su, dove è già sera, si scorgono le prime stelle.

E una riga biancastra di nuvola interseca la trama dei rami, come una antica ferita malcelata.

L'orizzonte è ben marcato e sembra voler tagliare a metà quel tronco ritorto dal vento sempre nello stesso verso.

Nell'esiguità degli elementi, l'albero si staglia nettamente, unico soggetto incolore ma vivo in un mondo freddo e avverso che si avvia alle tenebre.

Lui reggerà il peso di ogni fronda impegnando i rami via via più grossi e robusti, fino a quel fusto piegato che non vuole saperne di spezzarsi.

Reggerà per una notte ancora, aspettando testardo e muto che giunga l'alba e più in là la primavera, quando la vita si risveglia e il Creato fa di nuovo pace con Dio.



domenica 9 marzo 2014

A mezzanotte - Midnight


Esco e respiro il freddo della notte.
Il buio e il silenzio mi invadono gli occhi e le orecchie.
È notte fonda, il tempo avanza.
L’oggi è ieri, il domani oggi…

Un puntino di luce scorre tremando nel cielo scuro.
A che distanza sono dal mio mondo?
Vi farò mai ritorno?
Giro sui miei piedi aprendo le braccia.

Sto qui, in equilibrio sulla punta della vita...
A mezzanotte e a metà del mio tempo.
Guardo indietro, poi avanti.
Cos’è stato ieri? Che sarà domani?



domenica 16 febbraio 2014

La salita - The climb


Davanti a quella parete di terra bruna il fuoristrada si arrestò.

Veniva da una corsa sfrenata dove la pista battuta offriva curve mozzafiato.
Ma ora c'era quella salita verticale così impegnativa.

Il motore borbottava al minimo mentre gli stop faticavano a brillare nella nube di polvere che si contorceva dietro le ruote posteriori.

Un breve sussulto fu il segno dell'innesto della marcia ridotta.

Poco dopo i cilindri presero a girare vorticosamente e un ruggito potente si levò dal cofano.

Con uno scatto violento riprese il movimento. Rapido e convinto.

Le gomme tacchettate artigliarono la pista di terra asciutta mentre il mezzo si inclinava pericolosamente all'indietro fino a una innaturale pendenza quasi verticale.

Lo snorkel della marmitta accanto al parabrezza era spalancato e lasciava uscire un denso fumo nero, mentre l'urlo del motore sotto sforzo si spandeva per chilometri.

Zolle di terra e ciottoli schizzavano via sotto le ruote che facevano rapidi mezzi giri a vuoto quando perdevano il grip.

L'acqua del radiatore raggiunse la temperatura del vapore e due minacciosi baffi di fumo chiaro apparvero sulla cima della griglia di raffreddamento anteriore.

La prima metà della salita era andata ma non era scontato che sarebbe andata bene fino in fondo.

La pendenza, se possibile, aumentò e il pericolo di un rovinoso ribaltamento all'indietro divenne dannatamente serio.

Poi il movimento si arrestò. Le ruote girarono a vuoto per secondi e l'auto prese a traslare su un fianco poi accennò una rotazione che, se completata, non avrebbe dato alternative al rotolamento su un lato fino al fondo della salita.

Ma con abili correzioni delle ruote sterzanti la linea retta fu in breve recuperata.

I denti degli pneumatici unghiarono ancora trovando una rete di radici d'albero a cui si aggrapparono disperatamente e il fuoristrada riprese a issare il proprio peso metallico verso la vetta che ormai appariva vicina: un orizzonte di terra sotto un cielo limpido e azzurro.

Ancora qualche metro di faticosa arrampicata con il motore che frullava a strappi e la prima gomma passò finalmente il culmine della salita, poi subito la seconda.

Con un balzo felino il mezzo ruotò a mezz'aria e si ritrovò di nuovo orizzontale su una nuova pianura.

I giri si abbassarono ma il motore restò acceso per far circolare il raffreddamento mentre altro vapore continuava ad uscire sibilando dal tappo del radiatore.

Le ultime brecce rotolavano giù per quella parete sterrata formando sbuffi di polvere...

Era fatta. Il borbottio irregolare dei giri al minimo assomigliava ora a una specie di risata sommessa. Un moto di auto compiacimento per l'impresa compiuta.

Poteva sembrare impossibile. E in qualche istante apparve tutto inutile, ma il coraggio e la tenacia la ebbero vinta su tutto.




martedì 11 febbraio 2014

Un giro - A round


Bella stanza, forse un po’ piccola.
Sistemo le mie cose, non sono tante.
Avvicino il tavolino, regolo la luce.

Chiamo gli amici, mi salutano.
Ecco la cena, beh insomma…
Accendo la tv, c’è poco da vedere.

È sera, fuori è buio.
Passano a trovarmi… bello.
Sono stanco, dormo.

È già mattino… prelievi, visite.
Ecco la sacca… la chemio.
Sto bene, per ora.

Penso ad altro, ma a cosa?
L'infusione scende... e io pure.
C’è un capello sul cuscino.

Chiudo gli occhi, dormo.
Li riapro, non dormivo.
È finita la chemio.

Cena, ecco il vassoio.
Non ho fame, magari dopo.
Sento un nodo allo stomaco.

Guardo fuori è già buio.
C’è silenzio, il cuore batte.
Il motore rallenta...

Sono magro e senza capelli.
Ho la pelle grigia.
Fatico a muovermi.

Immobile.
Muto.
Sto.

Io...

...

Alba.
Luce.
Occhi.

Muovo un dito.
Chiudo il pugno.
Mi giro sul fianco.

Fuori è giorno, c’è il sole.
Scosto le lenzuola, lentamente.
Stendo gambe e braccia, sono sveglio.

Non ho fame, ma dovrei...
Provo un biscotto... poi lascio.
Il battito accelera, lo sento.

Faccio leva a mi alzo seduto.
Mi reggo con le braccia.
La testa mi pesa.

Osservo le mie gambe sottili.
Io sono ancora qui.
Lotto e non mollo.

Non immaginavo tanta forza, lo ammetto..
Ricordo bene il mio stato.
Ma ora è passato.

Tornano a trovarmi… bello.
La cena? Non ancora...
Accendo la tv… spengo.

È notte, dormo.
Cado, anzi precipito… era un sogno.
Di nuovo sveglio… è l’alba.

Oggi ce la faccio: mi alzo.
Mi trascino allo specchio.
Mi riconosco appena.

Passano col tè, forse lo reggo. Provo...
Recupero il telefono, saluto gli amici.
Rieccomi mondo: sono ancora qui.

Il pranzo, oggi sì.
Alzo il letto, adesso sto seduto.
Faccio un respiro profondo.

Non è finita, no.
Ma un passo l’ho fatto.
Ora, un altro!



martedì 22 ottobre 2013

L'ascensore - The elevator


Con un tonfo sordo la grossa borsa impattò sul pavimento.

La giovane ragazza che faticosamente la stava trascinando studiò i bottoni dei pannelli sul muro quando le ante si scostarono e l'ascensore si aprì. Ne uscì una vecchietta che armeggiava con le stampelle seguita da un signore, anche egli anziano, che mostrava un gran sorriso di denti bianchi e allineati.

La ragazza si scostò ricambiando un sorriso accennato, poi sollevò il borsone e con piccoli passi entrò nella cabina dove di nuovo lo gettò sul pavimento senza troppa cura.

Schiacciò il bottone del terzo piano e attese la chiusura delle porte: gli ascensori degli ospedali funzionano con movimenti lenti...

Quando le ante iniziarono a scorrere per chiudersi, apparve dall'esterno una mano femminile che ne afferrò una: "Un momento..." fece una voce oltre la soglia. Le ante si riaprirono e apparve una ragazza, trafelata.

Non aveva capelli né sopracciglia e il viso aveva un colorito grigiastro. Indossava una tuta sportiva ma si vedeva bene che era molto magra.

Ansimava per la corsa: "Grazie. È il terzo giro che faccio. Quando si può tornare a casa, chissà perché lo si fa sempre di corsa... Io vado al terzo piano." La ragazza col borsone rispose: "Anch'io."

L'ascensore lasciò il piano terra e il sole pallido di quel mattino di primavera, iniziando la sua lenta salita verso il cuore del Centro Oncologico.

Giunto poco oltre il primo piano, improvvisamente il pavimento della cabina ebbe un sussulto e l'ascensore si fermò.

La luce interna fece qualche lampeggio fino a quando si spense definitivamente.

"Oh mio Dio, si è fermato!" esclamò la ragazza col borsone.
"Sembra proprio di sì, e non c'è nemmeno una luce di emergenza..."

Seguirono alcuni attimi di buio e silenzio...

La ragazza col borsone frugò nelle tasche e prese il telefono cellulare. La fioca luce bianca del display diede alla cabina dell'ascensore un'atmosfera spettrale... "Non c'è campo!" constatò con un gesto di stizza, dopo aver vagato per alcuni istanti nei quattro angoli della cabina come per raccogliere qualche tacca di segnale.

Poi orientò quella debole torcia improvvisata verso i bottoni dell'ascensore individuando quello con il simbolo della campana e lo premette con forza, insistentemente.

Il tono elettronico di un allarme riecheggiò negli androni a tutti i piani della struttura, anche se all'interno della cabina buia e ovattata dell'ascensore si sentiva appena.

La ragazza col borsone volle dare una rassicurazione: "Ecco, l'allarme suona. Ora verranno a liberarci."

L'altra ragazza rispose: "Stavo facendo l'ultimo giro per poi andare a casa. Il mio telefono è in macchina dove mio marito mi sta aspettando. Speriamo di liberarci in fretta, non posso avvertirlo e..."

Una voce metallica si intromise. Proveniva dal quadro dei bottoni dell'ascensore: "Abbiamo ricevuto la vostra chiamata. Stiamo intervenendo per sbloccare l'ascensore. State tutti bene?"
"Sì, ma siamo al buio" rispose la ragazza del borsone.
"Forse le batterie di emergenza sono esaurite" riprese la voce, "Quanti siete là dentro?"
"Due" rispose sempre lei. "Una di noi ha il marito che la aspetta al parcheggio."
"Non ci vorrà molto. L'ascensore è in sicurezza. Aspettate."
"Va bene ma fate presto" rispose la ragazza facendosi portavoce anche per la compagna di disavventura.

Riaccese il display del telefono puntando la luce verso il basso.
"La mia borsa è piena di vestiti. È comoda. Sediamoci qui."

Si sedettero, vicine, su quella grande borsa sportiva, appoggiando le spalle alla parete metallica della cabina.

"Io sono Chiara..." si presentò la ragazza del borsone. "Io Alessia" rispose la ragazza che era senza capelli.

"Vado su a Ematologia", spiegò Chiara, "ieri mi hanno detto che ho la Leucemia."

Alessia esitò qualche istante, poi parlò: "Mi spiace molto. Io vengo da una Leucemia acuta. Ho fatto il trapianto di midollo poco più di un mese fa e ora sto andando a casa... o almeno spero." Concluse con un sorriso tirato. Aveva un'espressione stanca e apatica, ma si sforzava di non apparire troppo provata.

Nuovamente il display del telefono si spense. "Puoi lasciarlo spento se vuoi", aggiunse Alessia...

E in quella tenebra temporanea le due ragazze presero a parlare e a confrontarsi. Curiosamente il buio eliminava molte delle comuni barriere tipiche di una conversazione fra due persone che non si conoscono.

"Come hai scoperto di avere la Leucemia?" chiese Chiara.
"Una sera cascai svenuta a terra" rispose Alessia, "non ero mai svenuta prima... in tutta la mia vita, intendo. Avevo la polmonite e non guarivo più. Quello svenimento mi parve il segnale definitivo che qualcosa davvero non stava andando per il verso giusto. E così il giorno dopo mio marito mi portò al Pronto Soccorso. Mi fecero un prelievo e mi ricoverarono d'urgenza. E tu invece?"

"Io" disse Chiara, "da diversi giorni ormai mi sento debole e a volte fatico a reggermi in piedi. Ho fatto gli esami del sangue e, visti gli esiti, stamattina sono passata al Pronto Soccorso dove mi hanno detto che ho la Leucemia e che dovevano ricoverarmi. Allora sono corsa a casa a mettere le mie cose nel borsone. Io vivo sola, non potevo fermarmi qui."

Chiara era piena di dubbi e di domande; non aveva idea di cosa sarebbe accaduto alla sua vita nei giorni a seguire: "Com'è stare in un ospedale? Io non ci sono mai stata se non per trovare un'amica che aveva fatto un incidente, due anni fa."

"All'inizio stavo male." disse Alessia, "L'infezione ai polmoni mi provocava livelli di febbre molto alti. Non capivo molto di quello che mi accadeva intorno... Poi col tempo imparai a conoscere medici e infermieri. E ti assicuro che sono persone speciali. Con alcuni di loro ho un bel rapporto di amicizia... Le terapie sono lunghe e pesanti, non te lo voglio nascondere. Però se riesci a conservare l'ottimismo puoi affrontare qualsiasi cosa."

"Vedi Alessia" riprese Chiara, "io sono una persona positiva, anche se faccio sempre casino. Vivo d'impeto e di solito ci rimetto", sorrise, "... tant'è che sono sola. Ma l'ottimismo non mi manca!"

"Sai, ti diranno spesso che con il giusto atteggiamento le medicine funzionano meglio" disse Alessia che con la mente tornava alle fasi più difficili del suo ricovero, "... e scoprirai da te quanto ciò sia vero."

L'attesa sembrava protrarsi più del previsto. Ma non era così spiacevole. Quel momento di grande confidenza serviva a entrambe le ragazze per scaricare parte della tensione accumulata. Una per l'ansia di tornarsene finalmente a casa e l'altra per l'ingresso in una fase nuova della sua vita che le era totalmente sconosciuta.

"Hai mai perso la speranza?" chiese Chiara con un velo di preoccupazione per la possibile risposta affermativa.

"Ho avuto momenti di grande difficoltà" rispose Alessia, "mi sono chiesta come avrei mai potuto superarli... Ma non ho mai pensato veramente di non farcela." La voce di Alessia si fece più dolce: "C'era Stefano, mio marito, sempre accanto a me. È stato un sostegno formidabile. Devo dire che senza di lui sarebbe stato imposs..." Alessia ebbe un'esitazione: pensò a Chiara e al fatto che fosse sola. Temette di essere inopportuna... "Chiara, scusami non volevo dire che..."

"Non preoccuparti" la interruppe lei. "Certo, avere accanto una persona cara è senz'altro di grande aiuto e conforto. Io penserò molto alla mia mamma che da tre anni è il mio angelo custode. Lei saprà proteggermi da lassù."

Quella giovane creatura faceva tenerezza per il modo in cui sapeva girare il mondo in positivo. Alessia pensò che Chiara non poteva immaginare cosa avrebbe dovuto affrontare di lì a breve, ma realizzò anche che quella sua fiducia così solida l'avrebbe aiutata molto.

Di nuovo la voce metallica del tecnico: "Ci siamo. Ora faremo scendere la cabina al piano terra e poi apriremo la porta..."

Con un nuovo sobbalzo l'ascensore iniziò a scendere.

Alessia riaccese il display del telefono. Gli occhi di Chiara brillarono e ad entrambe sfuggì uno sguardo di intesa.

Si aiutarono per rialzarsi dal borsone e attesero ancora qualche istante, poi le ante dell'ascensore finalmente si schiusero e la luce del giorno investì le due ragazze che sbatterono le palpebre proteggendo gli occhi abbagliati con una mano.

Fecero qualche timido passo per uscire dalla cabina e trovarono ad accoglierle il tecnico ascensorista e due infermiere che subito si assicurarono che le ragazze stessero bene.

Alessia chiese in prestito a Chiara il telefono cellulare.
"Stefano... sì sono io, ero bloccata nell'ascensore ma adesso il tecnico l'ha liberato... sì, sto bene... devo ancora salire. Aspettami, quando ho finito arrivo. Sì, a dopo. Ciao."

Restituì il telefono e si rivolse a lei: "Chiara. Avevo giurato a me stessa che non sarei mai più tornata in questo ospedale se non per necessità. Ma se mi permetti di essere tua amica ti verrò a trovare ogni volta che potrò."

E Chiara, con un lieve imbarazzo: "Io... ma certo!"

Sorrisero entrambe e si abbracciarono forte. E in quell'abbraccio ritrovarono la paura e il conforto, l'ansia e la serenità, il buio e la luce, il dolore e la gioia. E la voglia reciproca di rappresentare qualcosa di buono l'una per l'altra.

Fu l'inizio di una nuova grande e solida amicizia.



lunedì 9 settembre 2013

Giù - Downward


Precipito. Precipito...
Il volo è disordinato. Mi dibatto, ma non trovo appigli e cado...
Non c'è luce, non vedo nulla, oppure qualcosa mi ha accecato.
E non c'è rumore, non sento nulla, oppure qualcosa mi ha assordato.

Vado giù, in verticale.
Non so cosa ho lasciato, non so dove finirò.
Scendo a capofitto.
Sgrano gli occhi, cerco un segnale. Nulla: buio e precipizio.
Nel mio contorcermi in volo ora mi ritrovo capovolto. A faccia in giù, sempre più giù. Giù.

La sensazione che andrò a sbattere è molto forte. Immagino il mio corpo al rallentatore che, un pezzo alla volta, prende contatto col suolo. Prima il gomito, poi il polso e la spalla. E dopo, la testa, seguita dal bacino. Infine le gambe.
E il fracasso delle ossa che si rompono: un cruento crepitio che sento forte dentro di me.
Poi il sapore del sangue in bocca. E rivoli caldi che fuoriescono dal naso e dalle orecchie...
Un senso di stordimento mi avvolge la testa... le palpebre si abbassano... è l'abbandono...

Mi scuoto! E sono ancora qui e sto ancora precipitando, o almeno questo è ciò che credo...

Provo una grande solitudine. Stringo i pugni fino a farmi male, devo provare a me stesso che sono vivo, che ci sono.

E con i pugni stretti allo spasimo spalanco la bocca e comincio a gridare. Sì! Posso sentire la mia voce. E sento il dolore nelle mani straziate dai nervi contratti.

Ora sono una figura tesa e urlante che cade vertiginosamente nel buio più profondo.

O meglio: nell'oscurità... c'è forse un vago riverbero di luce, un diffuso, sfocato, flebile bagliore distante... Un leggero orizzonte poco meno che nero...

Una linea chiara si staglia da sinistra a destra. Intensa, più intensa...
Poi si allarga e si alza e un fascio di luce mi invade la vista e mi abbaglia.

Un suono noto si avvicina fino a riempirmi le orecchie. È la mia voce: sto urlando.



Ho la fronte sudata... Aspetto che gli occhi si abituino alla luce che non è poi così forte, anzi è più che altro un diffuso bagliore azzurrognolo...

L'eco della mia voce si dissolve... Mi volto tutto intorno. Sono sdraiato, il letto è quello dell'unità trapianti. C'è la luce notturna. Sono solo.

Il lenzuolo è scostato e dal mio petto escono i tubi del catetere venoso centrale che dopo un breve tratto raggiungono un trespolo sulla sinistra.

Sul trespolo ci sono pompe per infusioni, sacche e bottiglie appese capovolte e tubi colorati che si intrecciano.

Evidentemente stavo sognando. Sognavo di precipitare e non mi sorprende, visto quello che sto passando. Ma sono colpito da quanto quel sogno sembrasse reale.

Provo ancora una parte di quello sgomento e quella tremenda solitudine...

È ora di alzarsi, la vescica preme di nuovo. Che ore sono? Le tre e quaranta del mattino. Sono passati solo quaranta minuti dall'ultima volta.

Butto giù le gambe e bilanciando mi ritrovo seduto sul bordo del letto. Cerco le ciabatte sul pavimento tastando coi piedi nudi e allo stesso tempo stacco la spina dell'alimentazione delle pompe che ora funzionano a batteria.

Mi levo in piedi e con passo stanco mi trascino verso il bagno. Devo mettere i guanti di vinile... ecco qui la scatola.

Faccio in fretta, la vescica aumenta la pressione ed è tutto sempre più urgente. Ecco, prendo il contenitore graduato e finalmente mi posso liberare...

Duecento. Devo ricordarmelo: mi è già capitato di scordarmi la misura...

Sciacquone. Via i guanti. Mi lavo le mani e... eccomi: il mio viso nello specchio. Non ho capelli, gli occhi sono scuri e scavati e l'espressione è  grigia e stanca.  Le spalle sono ossute e strette. Mi chiedo se tornerò mai quello di prima...

Asciugo le mani e spingo il trespolo di nuovo accanto al letto dove ripristino l'alimentazione delle pompe.

Su un piccolo tavolino c'è un foglio con una penna. Segno la nuova quantità sotto una colonna lunghissima: 200.

Poi torno a letto sistemando i miei tubi per non piegarli.

Torno con la testa sul cuscino e, come sempre, ripeto a me stesso ad alta voce: "Ce la faccio. Ce la faccio. Ce la faccio!"

Poi chiudo gli occhi. Sono lì. Sembro un soldato sull'attenti, in attesa di chissà quale evento. Il trapianto di midollo l'ho già fatto e ora, in effetti, devo solo aspettare e sperare. Devo trascinarmi avanti nei minuti, nelle ore, nei giorni. Devo... devo...



... E crollai. Crollai in un sonno disperato e profondo. Un sonno necessario, indispensabile; pur sapendo che circa mezz'ora dopo mi sarei alzato di nuovo ripetendo tutto da capo.

Faccio questo sogno, di tanto in tanto. Partendo dal sogno nel sogno: quel volo in caduta libera, dall'ignoto verso l'ignoto.

E se devo dare un senso a tutto ciò credo che vada cercato nel fatto che la paura fa parte della vita: non è possibile escluderla. Ma che ciononostante, ci deve sempre essere il momento in cui ci si rialza e si fa ciò che va fatto. Non importa quanto si è stanchi o spaventati.

Non avere paura non è coraggio: è incoscienza.
Il coraggio è andare avanti, nonostante la paura.