sabato 8 agosto 2015

Accettare il male - Acceptance


Una delle violenze più forti che ricordi della mia malattia non riguardava le terapie o i loro effetti collaterali, che pure erano pesantissimi (alcuni problemi li ho tuttora a oltre quattro anni di distanza da allora).

Ero nel pieno di un periodo di super lavoro: notti in bianco, pause pranzo inesistenti, occhi che chiedevano pietà davanti al computer.
In quel marasma qualcosa si spezzò e il mio sistema immunitario andò in tilt.

Mi ritrovai in un posto sconosciuto, fatto di lenzuola bianche, di infermieri operosi con le loro mascherine verdi, di esami, prelievi… di silenzi interminabili, di penombra per le finestre abbassate e di fastidiose luci al neon.

Raramente avevo visto un ospedale da dentro, prima di allora. Giusto perché passavo a trovare qualcuno, per una mezz’ora.
Ma quella volta era diverso: nel letto c’ero io. E gli occhi dei medici durante le visite avevano un’espressione nuova: fra il distacco professionale e il contatto umano.

A me pareva di disturbare. Di occupare un posto riservato a persone gravi.
Non sapevo cosa avessi, non lo immaginavo lontanamente.
Pensavo al lavoro, alle mille cose da fare.
Pensavo a come sarei arrivato alla fine della settimana se non potevo muovermi.

Quando seppi la diagnosi fu un colpo micidiale: leucemia.

Non conoscevo la malattia, non conoscevo l’ospedale, non sapevo nulla di nulla.
Ero lì, con la febbre altissima, al punto da annebbiarmi la testa e la vista.
E continuavo a pensare a quando sarei potuto tornare in ufficio a correre dietro alle mie cose...
Come se quel pensiero fosse l’ultimo appiglio di normalità in mezzo a un gorgo di brutte notizie che mi trascinavano verso il fondo.

E la violenza più forte fu il momento in cui dovetti lasciare quell’appiglio.
Mi resi conto che non sarebbe stata una cosa breve. Che anzi sarebbe stata lunga e dolorosa.
Che il lavoro avrebbe dovuto aspettare. Che la mia vita avrebbe dovuto aspettare.
Che la mia stessa esistenza non era più una cosa scontata.

Da sano a gravemente malato.
Da vivere a sopravvivere.

Faticai molto ad accettare quel nuovo stato di cose.

La consapevolezza che c’era un altro mondo oltre a quello che conoscevo.
Fatto di dolore, di piccoli passi, di speranza, di cure, di preghiere.
Dove il tempo scorre lentissimo e hai lunghe ore per pensare.

Perché nonostante tutto la mente resta lucida e dopo avere scalpitato come un cavallo selvaggio, poi si calma e ti aiuta a convincerti che in fondo si tratta di una nuova prova, un esame difficile, un grosso ostacolo da superare.
Che sarà una fase lunga e pesante. Che avrai voglia di piangere, ma che si può piangere camminando, andando comunque avanti.

Affrontare un mostro, ancorché imprevisto, non è mai facile.
Ma dal momento in cui cambi visuale e sei nello stato mentale giusto, da quel momento puoi considerarti pronto a lottare.

Per vincere.





domenica 17 maggio 2015

Quarto anno - The fourth year


Il 17 maggio di quattro anni fa ero nel punto più basso della mia parabola discendente.
Corroso dalla leucemia, schiacciato sotto il peso delle chemioterapie e ulteriormente appiattito da un pesante ciclo di radioterapia.

Ero isolato nell'Unità Trapianti di Midollo dell'ospedale, sprofondato nel letto e con tre pompe elettromeccaniche che mi somministravano fluidi senza sosta attraverso un catetere venoso che mi si inseriva nel petto.

Quattro anni fa, oggi, avevo appena finito di perdere ancora una volta tutti i capelli e con i miei 55 kg ero magro come non lo ero mai stato.

Sapevo che nelle ore precedenti, mio fratello, risultato donatore compatibile, si era sottoposto a un generoso quanto doloroso prelievo di sangue midollare dalle sue creste iliache.

E da un momento all'altro aspettavo l'ingresso nella stanza di qualcuno con il siero salvavita che avrebbe sostituito il mio midollo malato ormai annichilito dalle terapie.

Era un pomeriggio sereno e nonostante la finestra fosse ben chiusa potevo avvertire il calore del sole. A breve sarebbe stato giugno quando finalmente, salvo imprevisti, avrei lasciato l'ospedale per tornare a casa.

Una sagoma apparve oltre il vetro della porta e due occhi celesti mi scrutarono per un lungo istante. Tutti in quel reparto indossavano cuffia e mascherina e io mi ero già abituato a riconoscerli osservando la loro corporatura e i loro movimenti.

Matteo, l'infermiere con il cielo negli occhi, scostò la porta con cautela ed entrò.
Reggeva, nell'incavo del gomito, come si tengono i neonati, un fagotto rosso scuro.

Mi si avvicinò, verificò ogni dettaglio sull'etichetta della sacca di sangue midollare chiedendomi i dati anagrafici.

Poi appese la sacca all'asta per le infusioni, la collegò e un istante prima di avviare quel delicato processo mi suggerì di fare pensieri positivi e di speranza.

La mente corse velocissima... la vista del bagno di casa da una prospettiva sconosciuta appena dopo essere svenuto, l'ingresso al pronto soccorso oncologico, il momento drammatico in cui seppi di essere malato di leucemia, le iniezioni di chemio che mi abbattevano, le risalite con la conta quotidiana dei globuli bianchi, il sorriso del medico che mi comunicava l'accertata compatibilità di mio fratello come possibile donatore di midollo, le tante persone meravigliose che avevo conosciuto e a cui volevo dimostrare che la loro fiducia e la loro stima nei miei confronti erano ben riposte...

La trasfusione ebbe inizio sotto lo sguardo attento di Matteo che regolava la velocità di caduta del sangue.
Quando tutto fu ben assestato e verificato, Matteo mi lasciò...

Io ero quasi ipnotizzato dal ritmo delle gocce rosse che cadevano dalla sacca nel tubicino che le conduceva al mio petto, una alla volta, una dopo l'altra...

Tornai con lo sguardo al cielo, oltre il vetro della finestra...

Lo stesso cielo a cui guardo oggi, quattro anni dopo, con la stessa ferma convinzione che supererò l'ennesima prova. Oggi come allora.

Perché nel frattempo sono cambiate molte cose, comprese le mie anche che, a causa delle terapie, sono andate in frantumi e che, dopo innumerevoli tentativi di recupero, ho appena rimpiazzato con parti di titanio e ceramica.

Ma non è cambiata la forza con cui resto tenacemente aggrappato alla vita, la cui nascita si celebra coi compleanni, e la cui rinascita, dopo un trapianto di midollo, celebro ogni anno da quel 17 maggio 2011.

Condivido dunque la mia gioia per questo giorno così significativo con: mio fratello a cui sarò eternamente grato per il suo gesto, mia moglie che mi è sempre stata vicina, la mia intera famiglia, tutti i medici e gli infermieri che ho avuto il privilegio di incontrare, gli amici speciali che mi raccolgono quando cado e quelli che mi seguono con il loro affetto.

E un pensiero commosso va agli amici che ho perduto, da cui ho ricevuto formidabili lezioni di dignità e a tutti coloro che stanno lottando contro la malattia.

Alziamo dunque il calice e brindiamo alla vita, così bella, preziosa e sfuggente.





mercoledì 12 novembre 2014

24 novembre - November 24


Mi reggevo in piedi a fatica. Mia moglie mi affiancava e parlava con l’infermiere all’accettazione del Pronto Soccorso.
Lui prese un modulo in bianco e iniziò a scrivere i miei dati: nome, cognome, data di nascita…

Terminate le pratiche di ingresso mi fu assegnato il codice verde e mi fecero varcare la soglia del reparto.
Mi misero disteso dicendomi di aspettare e prima di lasciarmi solo, tirarono una tenda intorno al perimetro della mia barella.

Fu un’attesa lunga. Dapprincipio ero attento alle voci che mi circondavano. Era un andirivieni continuo. Le voci non erano tante, potevo seguire i discorsi. Parlavano dei turni di servizio di fine anno. Era il 24 di novembre, presto sarebbe stato Natale.

A poco a poco gli occhi si chiusero e mi addormentai...

Mi sentii scuotere una spalla e la luce del soffitto mi abbagliò.

“Deve fare una radiografia al torace.” disse un infermiere con un leggero accento del sud.
Era quello che si lamentava perché gli era capitato il turno peggiore.

“Non so se mi reggo in piedi” risposi.
“Ecco guardi, le dò una sedia a rotelle.” rispose l’infermiere accostando al letto una vecchia carrozzella con le imbottiture di plastica.
Mi aiutò a trasferirmici sopra e prese a spingere con passo veloce.

Percorremmo alcuni corridoi, tutti vuoti, fino a quando raggiungemmo l’ambulatorio di Radiologia.
Mi piazzò su un lato, davanti alla porta chiusa, mi disse di attendere e salutando col palmo della mano se ne andò.

In quel corridoio deserto, sentivo solo il ronzio delle luci al neon…
Le linee regolari sul pavimento inducevano la vista a percorrere tutta la prospettiva fino al punto più distante.
E sui muri, a mezza altezza, si estendevano le protezioni paracolpi per le barelle.

Non ero affaticato, ma avevo il fiato corto… stranamente...
Corto. Sempre. Più. Corto…

Cercai di alzare gli occhi al soffitto perché sembrava che la luce stesse affievolendosi.
Una coltre scura calò dall’alto e una miriade di stelle brillanti presero a danzarmi negli occhi.

Capii subito che stavo per svenire.

Sapevo che la posizione seduta non fosse la migliore per evitare uno svenimento: era molto importante tenere la testa in basso, restare distesi, meglio ancora con le gambe sollevate. Ma ebbi paura di buttarmi sul pavimento. Paura di sbattere la testa o di rompermi qualcosa cadendo.

Sollevai i piedi e appoggiai i talloni sulla protezione per le barelle. Ero seduto a un livello più basso quindi le gambe andavano effettivamente verso l'alto. Sperai che potesse bastare. Poi cercai per quanto mi fosse possibile di reclinare la testa all'indietro e di abbassare il tronco.

Provai con una mano a tirare il freno della carrozzella che tendeva ad indietreggiare, ma nella concitazione non mi riuscì di trovare la leva. Così afferrai i cerchi di metallo delle ruote e serrai forte le mani per bloccare la carrozzella.

Rimasi così, immobile, per alcuni lunghi istanti, con i denti stretti per lo sforzo...

Poi quel velo oscuro lentamente si sollevò e tornai a mettere a fuoco le immagini davanti a me.
Anche il viso di quel medico che aveva aperto la porta e dalla soglia, con un’espressione stupita per avermi trovato in quella strana posizione, mi fece: “Prego entri, tocca a lei…”

Mai parole furono più profetiche.
Toccò senz'altro a me.

La radiografia evidenziò un grosso focolaio nel polmone sinistro.
Avevo una grave polmonite.

Una dottoressa mi fece un prelievo di sangue arterioso dal polso: l'emogasanalisi.
Fu piuttosto doloroso: l'ago non trovava l'arteria e la dottoressa fece diverse manovre per "cercarla".

Quel gesto di scavarmi dentro e prelevare qualcosa, da allora va ripetendosi, solo in forme diverse...

E l'esito di quell'esame del sangue fu ben più serio della seppur grave polmonite.
Il mio sistema immunitario era totalmente fuori controllo.

Avevo sì una grave infezione ai polmoni, ma soprattutto avevo la leucemia!

Chiamarono mia moglie: “La situazione è disperata. Non sappiamo se ce la farà...”

A volo d’aquila, ecco cosa successe poi...

La polmonite guarì grazie a tanti antibiotici e molti giorni di “ginnastica polmonare” con una macchina odiosa.
Poi passai alla malattia più spaventosa. Feci alcuni cicli di chemioterapia in preparazione del trapianto, e qualche giorno prima dell'evento affrontai la radioterapia.

Poi mio fratello con un gesto altissimo mi donò il suo midollo salvandomi la vita.

Da allora, per mia grande fortuna, la malattia non si ripresentò più.

Ma qualcosa era successo. Le terapie hanno sempre degli effetti collaterali.
Nel mio caso mi provocarono due osteonecrosi che letteralmente “grattugiarono" la testa del femore di entrambe le anche.

Il secondo anno dopo il trapianto iniziai a camminare con le stampelle.
I chirurghi ortopedici mi dissero subito che non c’era alternativa per me: avrei dovuto operarmi di protesi d’anca bilaterale.

Non mi arresi all’idea e tentai tutto l’umanamente possibile: agopuntura, camera iperbarica, magnetoterapia, idrochinesi, manipolazioni, osteopatia... Dopo un anno e mezzo qualcosa migliorò ma non fu sufficiente.

Ora mi accingo a farmi operare. E proprio nei giorni intorno al 24 novembre, quel fatidico anniversario, quattro anni dopo, ancora una volta mi scaveranno dentro per togliere qualcosa che ha smesso di funzionare...

Lo so, non ho il diritto di pretendere che la mia esperienza di paziente finisca qui e che mi sia garantita la serenità per il resto della vita.
Ma non tollererò più l’idea di dover affrontare con disinvoltura nuove prove in nome del fatto che sono stato forte una volta superando di peggio.

Se non potrò evitarlo, lo farò. Perché va fatto.


All’uscita dal tunnel che temeva non avrebbe più lasciato, il viandante proseguì per la strada aperta.
E la natura, che in quel tratto lo sferzò con il vento e la pioggia, gli parve bella e clemente nonostante tutto.




giovedì 17 luglio 2014

Ce la faccio! - I can do it!


Trascinavo le mie gambe stanche lungo il corridoio. Su e giù. La mano destra chiusa intorno all'asta con le sacche e le bottiglie per le infusioni. Quell'asta con le ruote, compagna inseparabile di mille giri di boa da una vetrata all'altra fra Ematologia e Oncologia.

E osservavo i parenti che entravano pensando ai loro cari. Avevano il passo veloce, loro, e venendomi incontro trafelati mi davano una rapida occhiata. La mascherina, le mie gambe, le braccia magre, l'asta con le sacche appese e la pompa per l'infusione che funzionava a batteria.

Mi giravano intorno badando di non farmi inciampare e proseguivano oltre sui binari dei loro pensieri.

Li vedevo sedersi con un gesto discreto e svelto, in punta alla sedia dell'ingresso. E là infilavano i calzari sulle scarpe e mettevano la mascherina non senza qualche difficoltà.

Una dose o due di disinfettante sulle mani e poi subito in piedi con l'andatura goffa per i calzari scivolosi, in direzione della camera di ricovero.

Tre colpi leggeri con le nocche sulla porta, un sorriso di circostanza e venivano risucchiati oltre la soglia lasciandomi solo con i miei brevi passi incerti in mezzo al corridoio.

E mentre l'orologio sul muro scandiva i secondi io ripetevo un altro passaggio a tornare, prima che la pompa suonasse per la batteria scarica.

Mi mancava la libertà. Volevo uscire di lì, ma soprattutto volevo tornare a poter decidere cosa fare: andare a lavorare, fare la coda nel traffico, ricevere telefonate di amici, scherzare...

Avevo voglia di ridere, come si ride quando la vita è una cosa scontata e non pensi sempre che potrebbe sfuggirti di mano come un pugno di sale.

Ricordo bene quella sensazione.
Un'attesa prolungata e sospesa.
Come trovarsi sotto al semaforo aspettando la luce verde che non arriva...

Se ci penso ora sorrido, ma quei mesi mi segnarono profondamente.

Quando al rientro dai miei giri mi accostavo al letto e con un ultimo sforzo riattaccavo la spina della ricarica della pompa per interrompere il suo bip bip insistente, poi appoggiavo la testa al cuscino e chiudendo gli occhi ripetevo a me stesso: "Ce la faccio! Ce la faccio!"

Ecco, quelle parole che mi accompagnavano fin dentro ai miei sogni lo fanno tuttora. E mi ricordano che si può superare qualsiasi ostacolo, purché si sia disposti a pazientare e a lottare quando è necessario.

Non smetterò mai di essere quella figura esile e barcollante nel corridoio dell'ospedale, nemmeno ora che ho ripreso la mia vita.

Ora come allora so che la vita può riservarmi prove difficili.
Ma ora, come allora, lo so: ce la faccio!




sabato 17 maggio 2014

Il terzo anno - The third year


E così oggi è il mio terzo anniversario.

Tre anni fa un ottimo infermiere appendeva un carico di salvezza a un trespolo d'ospedale, accanto a molte altre sacche a testa in giù, mentre io lo osservavo con gli occhi pieni di speranza.

Dentro a quel fagotto rosso sangue c’era una quantità notevole di amore e spirito di sacrificio. Il midollo di mio fratello.

Tre anni fa la mia leucemia veniva lavata via con il fluido più nobile che ci scorre in corpo e qualche colpo di spugna fatta di chemio e radio terapie.

Da allora questa malattia tremenda, per mia grande fortuna, non si è più ripresentata, ma di cose ne sono successe parecchie.

Ho cambiato prospettiva sulla mia vita, confortato anche dalle parole di coloro che hanno avuto la stessa reazione prima di me.

Ho potuto incontrare persone della cui amicizia vado particolarmente fiero e a cui rivolgo spesso un profondo pensiero di gratitudine.

Ho anche dovuto imparare a gestire la stupidità di quelli che fraintendono il racconto di un sopravvissuto e lo prendono per un vanto da esibizione piuttosto che un modo per dire a se stessi ed altri in questa folle situazione: ce l’ho fatta, ce la puoi fare.

E ho realizzato con amarezza che taluni non sono nemmeno in grado di capire fino a che punto una vita può essere sconvolta, così, da un giorno all’altro. Ieri sano, oggi spacciato, domani… forse domani non c’è!

Che questi dal "giudizio in canna" vanno semplicemente scansati. Vivono in una bolla di beata ignoranza e sarà meglio per loro se potranno continuare la loro bella esistenza non sapendo nulla di tutto questo.

Ho perso conoscenti e amici carissimi a causa di malattie gravi come la mia. Li ho visti accettare e affrontare il proprio destino con una dignità che non si riesce a descrivere, e ancora adesso mentre ci penso ho un nodo in gola che non mi fa respirare.

Ho imparato che scampare una volta al rischio di morte può non essere sufficiente: la recidiva è un rischio concreto. E che la notte diventa molto lunga se ti metti a pensare a queste cose.

E poi ho sbattuto il muso contro il fatto che ogni farmaco, ogni terapia, oltre agli effetti voluti, ne provoca sempre anche altri indesiderati. Nella mia precedente vita di “sano inconsapevole” raramente andavo oltre a un bruciore di stomaco o un senso di spossatezza. Le terapie cui mi riferisco possono innescare violente reazioni della pelle, disfunzioni al sistema circolatorio, inibire o alterare gusto, olfatto e udito…
E squassarti le ossa. Io pago il mio tributo con le mie anche, una delle quali da un anno a questa parte è piuttosto compromessa.

E quindi ho preso contatto con una nuova condizione, quella dello “stampellato”. Ho notato quanto questi bastoni colorati possano spaventare le persone e incuriosire i bambini… (e quante volte appoggi le stampelle e loro immancabilmente crollano a terra).

Ho conosciuto una folla di persone che, per le ragioni più varie, alle 7.30 del mattino sono già in acqua a fare fisioterapia.

Ho affrontato il cinismo di certi ortopedici che ti compatiscono per gli sforzi che fai e concludono dicendo che tanto prima o poi passerai sotto il loro bisturi.

E ho capito che spesso un’altra via c’è! Ma devi andartela a cercare da solo perché giova a pochi.

Poi la camera iperbarica e i suoi estimatori e detrattori. Da: “È completamente inutile” a “Può essere miracolosa”. Passando per “Non le farà male. Lei ci vada, poi vediamo”.
La mia esperienza è che il progresso c’è ed è marcato. Ma ho bisogno di molto di più e non so se potrò ottenerlo in questo modo.

Non sono stati tre anni facili. E la battuta “pensa a cosa hai superato, queste sono solo sciocchezze” ha fatto in tempo ormai a riempirmi la testa fino a uscirmi dalle orecchie. Se a un sopravvissuto a un incidente aereo, miracolosamente illeso, bastasse il fatto di avere sfiorato la morte... beh si accontenterebbe forse di restarsene lì, legato al suo sedile per tutta la vita che gli rimane?

Ho tagliato le mie cinture di sicurezza. Io e alcuni fortunati come me abbiamo lasciato quel luogo di tragedia e siamo tornati nelle nostre case. E ora vivo la mia vita aspirando alla migliore qualità possibile senza l’imbarazzo del pensiero costante che per un capello non mi trovo nell'iperspazio.

Lo devo a me stesso e alla mia famiglia.

E ora, un pensiero commosso alle anime che mi osservano... a coloro che lottano e si trovano a metà del guado... e alle figure professionali e umane che rendono tutto questo possibile…

Su il calice: tre anni di vita 2.0.







mercoledì 19 marzo 2014

Cuori d'acqua - Hearts of water


L'auto si arrestò bruscamente sotto al semaforo. La mamma di Marco era intenta a cercare l'interruttore del tergi lunotto.

Pioveva a catinelle e le spazzole anteriori facevano dondolare la macchina ad ogni passata.

Seduto sul sedile posteriore, tutto imbacuccato nella sua giacca, Marco osservava divertito i movimenti nervosi della mamma intorno allo sterzo. Quel comando non si trovava!

"Mamma, prova a girare la levetta a destra accanto al volante", suggerì infine. Aveva solo 12 anni ma era un ragazzino sveglio.

"Trovato!" esclamò finalmente la mamma con uno sbuffo.

Marco girò lo sguardo sul vetro dove le gocce d'acqua piovana scivolavano come bob su una pista da sci.

Gli piaceva osservare l'immagine distorta del mondo attraverso le bolle d'acqua che correvano.

D'un tratto nella corsia accanto si fermò un'altra auto.

La donna alla guida sembrava intenta a spiegare qualcosa di complicato e lo faceva continuando a fissare il disco rosso del semaforo davanti a lei.

Era appannato, ma si poteva scorgere al finestrino posteriore la sagoma di una ragazzina dall'aspetto annoiato, che disegnava un fiore col dito sul vetro.

Quando gli sguardi dei due giovani si incrociarono, alla ragazzina sfuggì un sorriso.

Aveva gli occhi verdi e i capelli chiari raccolti in una treccia.

Marco ebbe un moto di sorpresa quando si rese conto dopo qualche istante che lei lo stava ancora guardando.

Sorrise di rimando con un leggero imbarazzo, ma si diede un contegno e fece un timido cenno di saluto con la mano.

La ragazzina fermò il dito su un petalo del fiore incompleto e rispose al saluto.

Poi, in una zona libera del finestrino, prese a tracciare nuove linee.

Non era un disegno, sembravano piuttosto lettere dell'alfabeto. Erano stranamente insicure: Marco realizzò che la ragazzina si stava impegnando a scrivere da destra a sinistra come in un riflesso perché lui, oltre il vetro, potesse leggere.

"Lara". Ecco il suo nome: Lara.

Marco dunque si scosse e alitò sul suo cristallo, che invece era limpido, e si cimentò nella scritta riflessa, con una nota di delusione per la scarsa qualità del risultato. "Marco", scrisse, con tratto spigoloso.

Non si rese del tutto conto che aveva appena usato la mano sinistra per scrivere all'inverso sul vetro destro, pur non essendo mancino.

Lara sorrise di nuovo, più convinta, e Marco ricambiò sollevando le sopracciglia...

Il dito di Lara si mosse ancora in una nuova zona appannata. Un segno curvo, forse una mezzaluna... no, c'era una punta in basso... un cuore. Era senz'altro un cuore.

Marco sentì una vampa di calore nel petto e lasciò cadere la mascella in una espressione di totale incredulità.

Lara scoppiò a ridere... Mentre puntava il dito umido nella direzione del naso di Marco.

Lui si riprese a stento dall'emozione e, sempre con la mano sinistra, disegnò sul proprio finestrino il più bel cuore di sempre. Preciso e ben proporzionato, simmetrico e rotondo.

Lara piegò la testa di lato socchiudendo gli occhi. A Marco quel gesto parve di una bellezza infinita. Tutto era silenzio e quiete, anche la pioggia sembrava non voler disturbare...

Ora Marco avvertiva solo quell'intenso fluido caldo che emanava dal cuore e gli risaliva la gola fino a inondargli le guance e le orecchie...

Un sussulto e le due auto si mossero insieme. Quella di Lara svoltò allontanandosi. Marco ebbe appena il tempo di vedere la testolina della ragazza che si girava cercando invano l'ultimo sguardo e poi perse per sempre il contatto.

Tornò con gli occhi sul cuore che aveva disegnato sul finestrino. Alcune gocce stavano colando giù come in un pianto...

Ma non era triste, Marco. Era felice per avere provato quella sensazione così intensa e nuova.

"Mamma" chiese, "che cos'è l'amore?"



mercoledì 12 marzo 2014

L'albero - The tree


Un albero scuro in controluce. L'immagine mi passa davanti così, per caso.
La riprendo e la osservo...

Un robusto tronco piegato pare sostenere a fatica la sua chioma di rami neri, ora grossi, poi sottili. Una fitta rete di nervi, come rivoli d'inchiostro di china in fuga...

Non ci sono foglie, deve essere inverno. Le radici grandi e nodose serpeggiano in superficie prima di affondare nel terreno dove si aggrappano tenaci.

Folate di vento disegnano onde sul mare di erba esausta che circonda l'albero immobile.

Il cielo blu è al tramonto. Più su, dove è già sera, si scorgono le prime stelle.

E una riga biancastra di nuvola interseca la trama dei rami, come una antica ferita malcelata.

L'orizzonte è ben marcato e sembra voler tagliare a metà quel tronco ritorto dal vento sempre nello stesso verso.

Nell'esiguità degli elementi, l'albero si staglia nettamente, unico soggetto incolore ma vivo in un mondo freddo e avverso che si avvia alle tenebre.

Lui reggerà il peso di ogni fronda impegnando i rami via via più grossi e robusti, fino a quel fusto piegato che non vuole saperne di spezzarsi.

Reggerà per una notte ancora, aspettando testardo e muto che giunga l'alba e più in là la primavera, quando la vita si risveglia e il Creato fa di nuovo pace con Dio.



domenica 9 marzo 2014

A mezzanotte - Midnight


Esco e respiro il freddo della notte.
Il buio e il silenzio mi invadono gli occhi e le orecchie.
È notte fonda, il tempo avanza.
L’oggi è ieri, il domani oggi…

Un puntino di luce scorre tremando nel cielo scuro.
A che distanza sono dal mio mondo?
Vi farò mai ritorno?
Giro sui miei piedi aprendo le braccia.

Sto qui, in equilibrio sulla punta della vita...
A mezzanotte e a metà del mio tempo.
Guardo indietro, poi avanti.
Cos’è stato ieri? Che sarà domani?



domenica 16 febbraio 2014

La salita - The climb


Davanti a quella parete di terra bruna il fuoristrada si arrestò.

Veniva da una corsa sfrenata dove la pista battuta offriva curve mozzafiato.
Ma ora c'era quella salita verticale così impegnativa.

Il motore borbottava al minimo mentre gli stop faticavano a brillare nella nube di polvere che si contorceva dietro le ruote posteriori.

Un breve sussulto fu il segno dell'innesto della marcia ridotta.

Poco dopo i cilindri presero a girare vorticosamente e un ruggito potente si levò dal cofano.

Con uno scatto violento riprese il movimento. Rapido e convinto.

Le gomme tacchettate artigliarono la pista di terra asciutta mentre il mezzo si inclinava pericolosamente all'indietro fino a una innaturale pendenza quasi verticale.

Lo snorkel della marmitta accanto al parabrezza era spalancato e lasciava uscire un denso fumo nero, mentre l'urlo del motore sotto sforzo si spandeva per chilometri.

Zolle di terra e ciottoli schizzavano via sotto le ruote che facevano rapidi mezzi giri a vuoto quando perdevano il grip.

L'acqua del radiatore raggiunse la temperatura del vapore e due minacciosi baffi di fumo chiaro apparvero sulla cima della griglia di raffreddamento anteriore.

La prima metà della salita era andata ma non era scontato che sarebbe andata bene fino in fondo.

La pendenza, se possibile, aumentò e il pericolo di un rovinoso ribaltamento all'indietro divenne dannatamente serio.

Poi il movimento si arrestò. Le ruote girarono a vuoto per secondi e l'auto prese a traslare su un fianco poi accennò una rotazione che, se completata, non avrebbe dato alternative al rotolamento su un lato fino al fondo della salita.

Ma con abili correzioni delle ruote sterzanti la linea retta fu in breve recuperata.

I denti degli pneumatici unghiarono ancora trovando una rete di radici d'albero a cui si aggrapparono disperatamente e il fuoristrada riprese a issare il proprio peso metallico verso la vetta che ormai appariva vicina: un orizzonte di terra sotto un cielo limpido e azzurro.

Ancora qualche metro di faticosa arrampicata con il motore che frullava a strappi e la prima gomma passò finalmente il culmine della salita, poi subito la seconda.

Con un balzo felino il mezzo ruotò a mezz'aria e si ritrovò di nuovo orizzontale su una nuova pianura.

I giri si abbassarono ma il motore restò acceso per far circolare il raffreddamento mentre altro vapore continuava ad uscire sibilando dal tappo del radiatore.

Le ultime brecce rotolavano giù per quella parete sterrata formando sbuffi di polvere...

Era fatta. Il borbottio irregolare dei giri al minimo assomigliava ora a una specie di risata sommessa. Un moto di auto compiacimento per l'impresa compiuta.

Poteva sembrare impossibile. E in qualche istante apparve tutto inutile, ma il coraggio e la tenacia la ebbero vinta su tutto.




martedì 11 febbraio 2014

Un giro - A round


Bella stanza, forse un po’ piccola.
Sistemo le mie cose, non sono tante.
Avvicino il tavolino, regolo la luce.

Chiamo gli amici, mi salutano.
Ecco la cena, beh insomma…
Accendo la tv, c’è poco da vedere.

È sera, fuori è buio.
Passano a trovarmi… bello.
Sono stanco, dormo.

È già mattino… prelievi, visite.
Ecco la sacca… la chemio.
Sto bene, per ora.

Penso ad altro, ma a cosa?
L'infusione scende... e io pure.
C’è un capello sul cuscino.

Chiudo gli occhi, dormo.
Li riapro, non dormivo.
È finita la chemio.

Cena, ecco il vassoio.
Non ho fame, magari dopo.
Sento un nodo allo stomaco.

Guardo fuori è già buio.
C’è silenzio, il cuore batte.
Il motore rallenta...

Sono magro e senza capelli.
Ho la pelle grigia.
Fatico a muovermi.

Immobile.
Muto.
Sto.

Io...

...

Alba.
Luce.
Occhi.

Muovo un dito.
Chiudo il pugno.
Mi giro sul fianco.

Fuori è giorno, c’è il sole.
Scosto le lenzuola, lentamente.
Stendo gambe e braccia, sono sveglio.

Non ho fame, ma dovrei...
Provo un biscotto... poi lascio.
Il battito accelera, lo sento.

Faccio leva a mi alzo seduto.
Mi reggo con le braccia.
La testa mi pesa.

Osservo le mie gambe sottili.
Io sono ancora qui.
Lotto e non mollo.

Non immaginavo tanta forza, lo ammetto..
Ricordo bene il mio stato.
Ma ora è passato.

Tornano a trovarmi… bello.
La cena? Non ancora...
Accendo la tv… spengo.

È notte, dormo.
Cado, anzi precipito… era un sogno.
Di nuovo sveglio… è l’alba.

Oggi ce la faccio: mi alzo.
Mi trascino allo specchio.
Mi riconosco appena.

Passano col tè, forse lo reggo. Provo...
Recupero il telefono, saluto gli amici.
Rieccomi mondo: sono ancora qui.

Il pranzo, oggi sì.
Alzo il letto, adesso sto seduto.
Faccio un respiro profondo.

Non è finita, no.
Ma un passo l’ho fatto.
Ora, un altro!



martedì 22 ottobre 2013

L'ascensore - The elevator


Con un tonfo sordo la grossa borsa impattò sul pavimento.

La giovane ragazza che faticosamente la stava trascinando studiò i bottoni dei pannelli sul muro quando le ante si scostarono e l'ascensore si aprì. Ne uscì una vecchietta che armeggiava con le stampelle seguita da un signore, anche egli anziano, che mostrava un gran sorriso di denti bianchi e allineati.

La ragazza si scostò ricambiando un sorriso accennato, poi sollevò il borsone e con piccoli passi entrò nella cabina dove di nuovo lo gettò sul pavimento senza troppa cura.

Schiacciò il bottone del terzo piano e attese la chiusura delle porte: gli ascensori degli ospedali funzionano con movimenti lenti...

Quando le ante iniziarono a scorrere per chiudersi, apparve dall'esterno una mano femminile che ne afferrò una: "Un momento..." fece una voce oltre la soglia. Le ante si riaprirono e apparve una ragazza, trafelata.

Non aveva capelli né sopracciglia e il viso aveva un colorito grigiastro. Indossava una tuta sportiva ma si vedeva bene che era molto magra.

Ansimava per la corsa: "Grazie. È il terzo giro che faccio. Quando si può tornare a casa, chissà perché lo si fa sempre di corsa... Io vado al terzo piano." La ragazza col borsone rispose: "Anch'io."

L'ascensore lasciò il piano terra e il sole pallido di quel mattino di primavera, iniziando la sua lenta salita verso il cuore del Centro Oncologico.

Giunto poco oltre il primo piano, improvvisamente il pavimento della cabina ebbe un sussulto e l'ascensore si fermò.

La luce interna fece qualche lampeggio fino a quando si spense definitivamente.

"Oh mio Dio, si è fermato!" esclamò la ragazza col borsone.
"Sembra proprio di sì, e non c'è nemmeno una luce di emergenza..."

Seguirono alcuni attimi di buio e silenzio...

La ragazza col borsone frugò nelle tasche e prese il telefono cellulare. La fioca luce bianca del display diede alla cabina dell'ascensore un'atmosfera spettrale... "Non c'è campo!" constatò con un gesto di stizza, dopo aver vagato per alcuni istanti nei quattro angoli della cabina come per raccogliere qualche tacca di segnale.

Poi orientò quella debole torcia improvvisata verso i bottoni dell'ascensore individuando quello con il simbolo della campana e lo premette con forza, insistentemente.

Il tono elettronico di un allarme riecheggiò negli androni a tutti i piani della struttura, anche se all'interno della cabina buia e ovattata dell'ascensore si sentiva appena.

La ragazza col borsone volle dare una rassicurazione: "Ecco, l'allarme suona. Ora verranno a liberarci."

L'altra ragazza rispose: "Stavo facendo l'ultimo giro per poi andare a casa. Il mio telefono è in macchina dove mio marito mi sta aspettando. Speriamo di liberarci in fretta, non posso avvertirlo e..."

Una voce metallica si intromise. Proveniva dal quadro dei bottoni dell'ascensore: "Abbiamo ricevuto la vostra chiamata. Stiamo intervenendo per sbloccare l'ascensore. State tutti bene?"
"Sì, ma siamo al buio" rispose la ragazza del borsone.
"Forse le batterie di emergenza sono esaurite" riprese la voce, "Quanti siete là dentro?"
"Due" rispose sempre lei. "Una di noi ha il marito che la aspetta al parcheggio."
"Non ci vorrà molto. L'ascensore è in sicurezza. Aspettate."
"Va bene ma fate presto" rispose la ragazza facendosi portavoce anche per la compagna di disavventura.

Riaccese il display del telefono puntando la luce verso il basso.
"La mia borsa è piena di vestiti. È comoda. Sediamoci qui."

Si sedettero, vicine, su quella grande borsa sportiva, appoggiando le spalle alla parete metallica della cabina.

"Io sono Chiara..." si presentò la ragazza del borsone. "Io Alessia" rispose la ragazza che era senza capelli.

"Vado su a Ematologia", spiegò Chiara, "ieri mi hanno detto che ho la Leucemia."

Alessia esitò qualche istante, poi parlò: "Mi spiace molto. Io vengo da una Leucemia acuta. Ho fatto il trapianto di midollo poco più di un mese fa e ora sto andando a casa... o almeno spero." Concluse con un sorriso tirato. Aveva un'espressione stanca e apatica, ma si sforzava di non apparire troppo provata.

Nuovamente il display del telefono si spense. "Puoi lasciarlo spento se vuoi", aggiunse Alessia...

E in quella tenebra temporanea le due ragazze presero a parlare e a confrontarsi. Curiosamente il buio eliminava molte delle comuni barriere tipiche di una conversazione fra due persone che non si conoscono.

"Come hai scoperto di avere la Leucemia?" chiese Chiara.
"Una sera cascai svenuta a terra" rispose Alessia, "non ero mai svenuta prima... in tutta la mia vita, intendo. Avevo la polmonite e non guarivo più. Quello svenimento mi parve il segnale definitivo che qualcosa davvero non stava andando per il verso giusto. E così il giorno dopo mio marito mi portò al Pronto Soccorso. Mi fecero un prelievo e mi ricoverarono d'urgenza. E tu invece?"

"Io" disse Chiara, "da diversi giorni ormai mi sento debole e a volte fatico a reggermi in piedi. Ho fatto gli esami del sangue e, visti gli esiti, stamattina sono passata al Pronto Soccorso dove mi hanno detto che ho la Leucemia e che dovevano ricoverarmi. Allora sono corsa a casa a mettere le mie cose nel borsone. Io vivo sola, non potevo fermarmi qui."

Chiara era piena di dubbi e di domande; non aveva idea di cosa sarebbe accaduto alla sua vita nei giorni a seguire: "Com'è stare in un ospedale? Io non ci sono mai stata se non per trovare un'amica che aveva fatto un incidente, due anni fa."

"All'inizio stavo male." disse Alessia, "L'infezione ai polmoni mi provocava livelli di febbre molto alti. Non capivo molto di quello che mi accadeva intorno... Poi col tempo imparai a conoscere medici e infermieri. E ti assicuro che sono persone speciali. Con alcuni di loro ho un bel rapporto di amicizia... Le terapie sono lunghe e pesanti, non te lo voglio nascondere. Però se riesci a conservare l'ottimismo puoi affrontare qualsiasi cosa."

"Vedi Alessia" riprese Chiara, "io sono una persona positiva, anche se faccio sempre casino. Vivo d'impeto e di solito ci rimetto", sorrise, "... tant'è che sono sola. Ma l'ottimismo non mi manca!"

"Sai, ti diranno spesso che con il giusto atteggiamento le medicine funzionano meglio" disse Alessia che con la mente tornava alle fasi più difficili del suo ricovero, "... e scoprirai da te quanto ciò sia vero."

L'attesa sembrava protrarsi più del previsto. Ma non era così spiacevole. Quel momento di grande confidenza serviva a entrambe le ragazze per scaricare parte della tensione accumulata. Una per l'ansia di tornarsene finalmente a casa e l'altra per l'ingresso in una fase nuova della sua vita che le era totalmente sconosciuta.

"Hai mai perso la speranza?" chiese Chiara con un velo di preoccupazione per la possibile risposta affermativa.

"Ho avuto momenti di grande difficoltà" rispose Alessia, "mi sono chiesta come avrei mai potuto superarli... Ma non ho mai pensato veramente di non farcela." La voce di Alessia si fece più dolce: "C'era Stefano, mio marito, sempre accanto a me. È stato un sostegno formidabile. Devo dire che senza di lui sarebbe stato imposs..." Alessia ebbe un'esitazione: pensò a Chiara e al fatto che fosse sola. Temette di essere inopportuna... "Chiara, scusami non volevo dire che..."

"Non preoccuparti" la interruppe lei. "Certo, avere accanto una persona cara è senz'altro di grande aiuto e conforto. Io penserò molto alla mia mamma che da tre anni è il mio angelo custode. Lei saprà proteggermi da lassù."

Quella giovane creatura faceva tenerezza per il modo in cui sapeva girare il mondo in positivo. Alessia pensò che Chiara non poteva immaginare cosa avrebbe dovuto affrontare di lì a breve, ma realizzò anche che quella sua fiducia così solida l'avrebbe aiutata molto.

Di nuovo la voce metallica del tecnico: "Ci siamo. Ora faremo scendere la cabina al piano terra e poi apriremo la porta..."

Con un nuovo sobbalzo l'ascensore iniziò a scendere.

Alessia riaccese il display del telefono. Gli occhi di Chiara brillarono e ad entrambe sfuggì uno sguardo di intesa.

Si aiutarono per rialzarsi dal borsone e attesero ancora qualche istante, poi le ante dell'ascensore finalmente si schiusero e la luce del giorno investì le due ragazze che sbatterono le palpebre proteggendo gli occhi abbagliati con una mano.

Fecero qualche timido passo per uscire dalla cabina e trovarono ad accoglierle il tecnico ascensorista e due infermiere che subito si assicurarono che le ragazze stessero bene.

Alessia chiese in prestito a Chiara il telefono cellulare.
"Stefano... sì sono io, ero bloccata nell'ascensore ma adesso il tecnico l'ha liberato... sì, sto bene... devo ancora salire. Aspettami, quando ho finito arrivo. Sì, a dopo. Ciao."

Restituì il telefono e si rivolse a lei: "Chiara. Avevo giurato a me stessa che non sarei mai più tornata in questo ospedale se non per necessità. Ma se mi permetti di essere tua amica ti verrò a trovare ogni volta che potrò."

E Chiara, con un lieve imbarazzo: "Io... ma certo!"

Sorrisero entrambe e si abbracciarono forte. E in quell'abbraccio ritrovarono la paura e il conforto, l'ansia e la serenità, il buio e la luce, il dolore e la gioia. E la voglia reciproca di rappresentare qualcosa di buono l'una per l'altra.

Fu l'inizio di una nuova grande e solida amicizia.



lunedì 9 settembre 2013

Giù - Downward


Precipito. Precipito...
Il volo è disordinato. Mi dibatto, ma non trovo appigli e cado...
Non c'è luce, non vedo nulla, oppure qualcosa mi ha accecato.
E non c'è rumore, non sento nulla, oppure qualcosa mi ha assordato.

Vado giù, in verticale.
Non so cosa ho lasciato, non so dove finirò.
Scendo a capofitto.
Sgrano gli occhi, cerco un segnale. Nulla: buio e precipizio.
Nel mio contorcermi in volo ora mi ritrovo capovolto. A faccia in giù, sempre più giù. Giù.

La sensazione che andrò a sbattere è molto forte. Immagino il mio corpo al rallentatore che, un pezzo alla volta, prende contatto col suolo. Prima il gomito, poi il polso e la spalla. E dopo, la testa, seguita dal bacino. Infine le gambe.
E il fracasso delle ossa che si rompono: un cruento crepitio che sento forte dentro di me.
Poi il sapore del sangue in bocca. E rivoli caldi che fuoriescono dal naso e dalle orecchie...
Un senso di stordimento mi avvolge la testa... le palpebre si abbassano... è l'abbandono...

Mi scuoto! E sono ancora qui e sto ancora precipitando, o almeno questo è ciò che credo...

Provo una grande solitudine. Stringo i pugni fino a farmi male, devo provare a me stesso che sono vivo, che ci sono.

E con i pugni stretti allo spasimo spalanco la bocca e comincio a gridare. Sì! Posso sentire la mia voce. E sento il dolore nelle mani straziate dai nervi contratti.

Ora sono una figura tesa e urlante che cade vertiginosamente nel buio più profondo.

O meglio: nell'oscurità... c'è forse un vago riverbero di luce, un diffuso, sfocato, flebile bagliore distante... Un leggero orizzonte poco meno che nero...

Una linea chiara si staglia da sinistra a destra. Intensa, più intensa...
Poi si allarga e si alza e un fascio di luce mi invade la vista e mi abbaglia.

Un suono noto si avvicina fino a riempirmi le orecchie. È la mia voce: sto urlando.



Ho la fronte sudata... Aspetto che gli occhi si abituino alla luce che non è poi così forte, anzi è più che altro un diffuso bagliore azzurrognolo...

L'eco della mia voce si dissolve... Mi volto tutto intorno. Sono sdraiato, il letto è quello dell'unità trapianti. C'è la luce notturna. Sono solo.

Il lenzuolo è scostato e dal mio petto escono i tubi del catetere venoso centrale che dopo un breve tratto raggiungono un trespolo sulla sinistra.

Sul trespolo ci sono pompe per infusioni, sacche e bottiglie appese capovolte e tubi colorati che si intrecciano.

Evidentemente stavo sognando. Sognavo di precipitare e non mi sorprende, visto quello che sto passando. Ma sono colpito da quanto quel sogno sembrasse reale.

Provo ancora una parte di quello sgomento e quella tremenda solitudine...

È ora di alzarsi, la vescica preme di nuovo. Che ore sono? Le tre e quaranta del mattino. Sono passati solo quaranta minuti dall'ultima volta.

Butto giù le gambe e bilanciando mi ritrovo seduto sul bordo del letto. Cerco le ciabatte sul pavimento tastando coi piedi nudi e allo stesso tempo stacco la spina dell'alimentazione delle pompe che ora funzionano a batteria.

Mi levo in piedi e con passo stanco mi trascino verso il bagno. Devo mettere i guanti di vinile... ecco qui la scatola.

Faccio in fretta, la vescica aumenta la pressione ed è tutto sempre più urgente. Ecco, prendo il contenitore graduato e finalmente mi posso liberare...

Duecento. Devo ricordarmelo: mi è già capitato di scordarmi la misura...

Sciacquone. Via i guanti. Mi lavo le mani e... eccomi: il mio viso nello specchio. Non ho capelli, gli occhi sono scuri e scavati e l'espressione è  grigia e stanca.  Le spalle sono ossute e strette. Mi chiedo se tornerò mai quello di prima...

Asciugo le mani e spingo il trespolo di nuovo accanto al letto dove ripristino l'alimentazione delle pompe.

Su un piccolo tavolino c'è un foglio con una penna. Segno la nuova quantità sotto una colonna lunghissima: 200.

Poi torno a letto sistemando i miei tubi per non piegarli.

Torno con la testa sul cuscino e, come sempre, ripeto a me stesso ad alta voce: "Ce la faccio. Ce la faccio. Ce la faccio!"

Poi chiudo gli occhi. Sono lì. Sembro un soldato sull'attenti, in attesa di chissà quale evento. Il trapianto di midollo l'ho già fatto e ora, in effetti, devo solo aspettare e sperare. Devo trascinarmi avanti nei minuti, nelle ore, nei giorni. Devo... devo...



... E crollai. Crollai in un sonno disperato e profondo. Un sonno necessario, indispensabile; pur sapendo che circa mezz'ora dopo mi sarei alzato di nuovo ripetendo tutto da capo.

Faccio questo sogno, di tanto in tanto. Partendo dal sogno nel sogno: quel volo in caduta libera, dall'ignoto verso l'ignoto.

E se devo dare un senso a tutto ciò credo che vada cercato nel fatto che la paura fa parte della vita: non è possibile escluderla. Ma che ciononostante, ci deve sempre essere il momento in cui ci si rialza e si fa ciò che va fatto. Non importa quanto si è stanchi o spaventati.

Non avere paura non è coraggio: è incoscienza.
Il coraggio è andare avanti, nonostante la paura.




lunedì 22 luglio 2013

15 metri - 15 meters


Troppe volte ormai mi sono ritrovato in fondo al pozzo per doverlo risalire.

La prima fu la peggiore. Non sapevo nemmeno di poter andare tanto a fondo per poi riemergere.

La seconda fu comunque durissima e attaccai le mie speranze al fatto che avevo già compiuto l'impresa.

Le volte seguenti furono meno difficili perché ormai conoscevo il percorso.

Ma non riesco a farci l'abitudine.
Ancora, laggiù, sento il freddo e la solitudine. E realizzo che devo contare sulle mie forze per risalire.

Per l'ironia della sorte, il mio percorso di vita ora passa attraverso un ciclo di ossigenoterapia iperbarica.
E questi nuovi "viaggi" sul fondo per poi riemergere li faccio due volte al giorno…

Alla pressione di 15 metri sotto il mare senti che ogni boccata d'ossigeno introduce nuova vita e che ogni molecola ne riceve una parte.

E con tutto quell'ossigeno in corpo non puoi che tendere verso la superficie. Più leggero, più sano, più forte.

Questo è il senso: il baratro più buio e profondo è il luogo dove il male è sconfitto e una speranza nuova ti trascina a galla.



venerdì 12 luglio 2013

Baldanza - Boldness


Era un vero grande.
La sigaretta sempre in mano.
Amava parlare di sé.
Vedeva tutto dall'alto.

Vestiva elegante.
Apprezzava la buona cucina.
Non disdegnava la griglia.
Beveva ricercato.

Aveva un'auto lussuosa.
D'estate le due ruote.
Sportivo quanto basta.
Un occhio sempre al look.

Cedeva al vizio.
I tatuaggi sui polpacci.
In ansia per la calvizie.
E ancora nuovi occhiali da sole.

D'un tratto scoprì di essere uomo.
Capì che non era d'acciaio.
Qualcosa si ruppe.
Restò attonito.

Ripensò al suo vissuto.
Alla stupidità dei suoi gesti.
Si pentì della sua idiozia.
Il suo orgoglio svanì.

"Che fare, dottore? C'è rimedio?
Penso a mio figlio; il mio bambino...
Ma che vita da cretino!
... dove ho messo l'accendino?"



mercoledì 19 giugno 2013

Chi lo dice? - Who says so?


Chi lo dice che i guerrieri non esistono?
I guerrieri sono tanti!

Chi lo dice che i guerrieri sono tutti uomini?
Ci sono molte donne guerriere.

Chi lo dice che i guerrieri si organizzano in brigate?
Esistono guerrieri solitari.

Chi lo dice che i guerrieri hanno l'armatura?
Conosco guerrieri scalzi e coperti solo dalla loro biancheria.

Chi lo dice che i guerrieri combattono all'aperto?
I migliori guerrieri lottano nel loro letto di ricovero.

Chi lo dice che i guerrieri affrontano il nemico a mani nude?
I guerrieri più forti combattono un avversario che si trova dentro di loro.



giovedì 30 maggio 2013

Disturbo narcisistico di personalità - Narcissistic personality disorder


(fonte: Wikipedia)

Il disturbo narcisistico di personalità è un disturbo della personalità il cui sintomo principale è un deficit nella capacità di provare empatia verso altri individui. Questa patologia è caratterizzata da una particolare percezione di sé del soggetto definita "Sé grandioso". Comporta un sentimento esagerato della propria importanza e idealizzazione del proprio sé - ovvero una forma di amore di sé che, dal punto di vista clinico, in realtà è fasulla - e difficoltà di coinvolgimento affettivo. La persona manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è di solito consapevole, e le cui conseguenze sono tali da produrre nel soggetto sofferenza, disagio sociale o significative difficoltà relazionali e affettive.

La diagnosi secondo il criterio DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) richiede che almeno cinque dei seguenti sintomi siano presenti in modo tale da formare un pattern pervasivo, cioè che rimane tendenzialmente costante in situazioni e relazioni diverse:
  • Senso grandioso del sé ovvero senso esagerato della propria importanza
  • È occupato/a da fantasie di successo illimitato, di potere, effetto sugli altri, bellezza, o di amore ideale
  • Crede di essere "speciale" e unico/a, e di poter essere capito/a solo da persone speciali; o è eccessivamente preoccupato da ricercare vicinanza/essere associato a persone di status (in qualche ambito) molto alto
  • Desidera o richiede un'ammirazione eccessiva rispetto al normale o al suo reale valore
  • Ha un forte sentimento di propri diritti e facoltà, è irrealisticamente convinto che altri individui/situazioni debbano soddisfare le sue aspettative
  • Approfitta degli altri per raggiungere i propri scopi, e non ne prova rimorso
  • È carente di empatia: non si accorge (non riconosce) o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri
  • Prova spesso invidia ed è generalmente convinto che altri provino invidia per lui/lei
  • Modalità affettiva di tipo predatorio (rapporti di forza sbilanciati, con scarso impegno personale, desidera ricevere più di quello che dà, che altri siano affettivamente coinvolti più di quanto lui/lei lo sia)


venerdì 17 maggio 2013

Due anni fa - Two years ago


A distanza di due anni da quel giorno ogni dettaglio è ancora ben scolpito nei miei ricordi...

La porta si apre e appare Matteo. Riconosco i suoi occhi chiari nonostante il resto del viso sia nascosto dalla mascherina verde.
Nella stanza dell'Unità Trapianti di Midollo c'è silenzio e Matteo, per stemperare la tensione, scherza: "Guarda un po' che cosa ho qui per te!"
Con le due mani regge una grossa sacca di sangue, gonfia e tesa. Io mi sollevo sul letto dell'ospedale. Piego il cuscino dopo averlo sbattuto: è pieno dei capelli che ho perso per la chemioterapia. I miei movimenti sono incerti: sono molto magro e debole, ma so cosa sta per accadere e il pensiero mi dà un po' di energia.

So come ci si sente da paziente leucemico, ma sarei curioso di conoscere lo stato d'animo di un infermiere che si accinge a trasfondere un nuovo midollo, con tutto il carico simbolico contenuto in quel gesto…

Matteo si avvicina all'asta per le infusioni, crea un po' di spazio in mezzo alle sacche appese e vi aggiunge questo nuovo fardello rosso scuro. In quella sacca c'è mio fratello...

Seguono le domande di rito per assicurarsi che si tratti del sangue giusto, qualche secondo ancora per l'innesto del condotto e il momento giunge.
"Sto per avviare la trasfusione. Sono le ore 17.00 di martedì 17 maggio 2011… In bocca al lupo!"
La trasfusione ha inizio e procede lenta e costante... Attraverso la finestra filtra la luce arancio del sole che tramonta…

Il giorno muore, giunge la notte: passaggio inevitabile per una nuova alba.



martedì 7 maggio 2013

Perdere la vita - Losing your life


Il vero pericolo di perdere la vita non si corre in ospedale.
In ospedale se possibile la vita te la restituiscono.

È qui fuori invece che si rischia di perderla la vita.
La vita scorre e tu se non la vivi la perdi.




giovedì 18 aprile 2013

Una casa nuova - A new house


Giro la maniglia e la porta si apre. La stanza sembra vuota. Una pianta di ficus con le foglie lucide mi accoglie, immobile.
Mi siedo su una poltroncina scura davanti a un basso tavolino di cristallo su cui vi sono alcune riviste dagli angoli sgualciti.
Dietro le tende chiare a liste verticali un sole primaverile bisticcia con uno strato di nuvole alternando luce e ombra. Il silenzio è scandito dal leggero ticchettio dell'orologio sulla parete: le 9.15.
Sulla porta dello studio c'è una targhetta: Elisa Levi - Psicologa.
È una brava dottoressa, Elisa. La apprezzo molto per i sui modi semplici ma efficaci di andare diretta al punto.

Uno scatto improvviso: la porta di ingresso gira e appare Elisa, trafelata, con una pesante borsa professionale in mano mentre parla con il telefono cellulare incastrato nell'incavo della spalla: "Pronto? Sì, sono arrivata in questo momento…"
Con un sorriso e un'occhiata mi saluta, e facendo cenno con l'indice sollevato scompare oltre la porta del suo studio.

Cala il silenzio, sono di nuovo solo…
Riemerge il ticchettio dell'orologio: le 9.20.

Poi, un tono elettronico lacera quella quiete temporanea: il citofono.
Dalla porta dello studio nessun movimento: Elisa dev'essere ancora al telefono…
Il citofono suona di nuovo. Mi alzo e mi avvicino all'apparecchio.

È un videocitofono: nel piccolo schermo l'immagine di un ragazzo con gli occhiali sembra fissarmi dritto negli occhi.
Un attimo di esitazione e sollevo il ricevitore... La voce del ragazzo: "Elisa, sono Luca. Scusa il ritardo: sono caduto col motorino..." Schiaccio subito il pulsante di apertura e ripongo la cornetta.
Con una certa ansia spalanco la porta di ingresso e attendo l'approssimarsi dei passi sulle scale...

Poco dopo, oltre il pianerottolo, emerge la sagoma in controluce del ragazzo con un casco infilato al braccio. Zoppica leggermente e si massaggia il gomito mentre, con lo sguardo abbassato, scruta le proprie gambe cercando forse un possibile strappo alla stoffa dei pantaloni…

"Ho risposto io al citofono, Elisa è impegnata al telefono. Va tutto bene?" gli chiedo dalla soglia della porta.
Lui alza gli occhi e, dopo una breve interdizione per avere colto una voce inattesa, risponde: "Credo di sì... mi fanno un po' male il ginocchio e il gomito ma sto bene..."

Lo aiuto a muoversi, appoggio il casco sul tavolino e gli faccio cenno in direzione di una delle poltroncine. Lui si siede, scarica la tensione con un respiro profondo e si prende una breve pausa…
Per fortuna sembra non essersi fatto nulla di serio.

Poi si ridesta: "Avevo un appuntamento alle 9.15, che ore sono?"
"Sono… le 9.25. Strano: avevo un appuntamento alle 9.15 anch'io" gli rispondo, "Elisa si sarà sbagliata?"

"Non saprei... Io sono qui perché fatico a dormire" riprende Luca, "E tu?"
"In un certo senso anch'io."
Non so perché non gli accenno della mia malattia, di solito non ho problemi a parlarne. Forse temo di innescare una di quelle assurde conversazioni dove vince chi sta peggio...

"Sai" continua lui, "Il terremoto…"
"Ah, certo. Ti capisco."
… sì, il terremoto.
Qui in Emilia lo scorso terremoto è stato un evento terribile e psicologicamente devastante.
Luca riprende il discorso: "… già dopo la prima scossa io non sono più riuscito ad addormentarmi serenamente. Mi ha colto nel sonno, come tanti del resto: era notte fonda."
Io annuisco e lo ascolto attentamente. I ricordi di quei terribili momenti riaffiorano come se stessero aspettando sotto il pelo dell'acqua di uno stagno addormentato… Non erano, tuttavia, i miei ricordi della scossa di terremoto. Erano bensì i ricordi della mia malattia, a cominciare dall'istante in cui la dottoressa, accostandosi al mio letto di ospedale, mi disse che avevo la leucemia.
Come un terremoto in piena notte, mi capitò quel tragico evento in "piena vita". Avevo quarantadue anni, ero sano e forte.  E quel macigno inaspettato mi investì.
Luca prosegue: "Ricordo che mentre nel buio realizzavo che si trattava davvero di un forte terremoto, una domanda mi risuonava nella testa: perché? Perché?
Ma non c'era spiegazione. Il terremoto arriva così: inatteso, senza una ragione, senza un segnale.
E quella degli animali che si agitano prima della scossa a me è sempre parsa una favola..."
Sì, ricordo anch'io quella domanda: perché? Perché mi ero ammalato di una malattia così grave? Dove potevo avere sbagliato qualcosa? Nemmeno un segnale, un dettaglio che indicasse che stavo calandomi in un pozzo così profondo? Non sapevo nulla della leucemia e quei dubbi mi straziavano.
Ancora Luca: "E poi la casa, le mie cose... Tutto si muoveva, si agitava. Mi sentivo piccolo e impotente in un mondo arrabbiato che sfogava la sua ira tutto intorno.
La mia casa, la mia sicurezza, si era trasformata in un nemico, un pericolo per la mia sopravvivenza."
Già… Accorgersi che  una parte di noi stessi ci si rivolta contro è terribile. Il corpo, la sede della mia anima, barcollava pericolosamente mettendomi in pericolo di vita. E io, là dentro, senza via di uscita dovevo cercare il muro portante e stargli accanto aspettando la fine di quell'evento devastante.
Luca fa una pausa. Ora i suoi ricordi si fanno più vivi: "La casa era fortemente compromessa. Abbiamo dovuto abbatterla fino alle fondamenta. Quel periodo fu molto difficile: non riuscivo a restare lucido davanti alla prospettiva di distruggere tutto, anche quel poco che sembrava essersi salvato."
Nel periodo pre trapianto, durante la fase di preparazione, si provoca l'aplasia midollare. Chemio e radioterapia distruggono gli elementi che costituiscono il midollo malato e così si creano i presupposti per insediarne uno nuovo, per la ricostruzione ematologica.
In quel periodo così grave le mie condizioni fisiche crollavano per le cure. Era l'abbattimento della mia casa per poterla poi ricostruire su fondamenta nuove.
Durante il suo racconto Luca vaga con lo sguardo tutto intorno, come davanti a un film invisibile. Gesticola plasmando l'aria per dare una forma ai suoi ricordi. Ora serra i pugni: "La notte era sempre brutta. Chiudere gli occhi sperando che non arrivasse un'altra scossa era impossibile. Poi la stanchezza prendeva il sopravvento."
La stanza dell'UTM, l'Unità Trapianti di Midollo, è piccola e raccolta. Il silenzio è scandito dal rumore meccanico delle pompe per le infusioni. Là si è soli con se stessi e bisogna trovare la forza e il coraggio per andare avanti.
Ricordo che ogni volta prendevo lucidamente la decisione di addormentarmi. E lo facevo affidandomi consapevolmente alla speranza che mi sarei risvegliato qualche ora dopo. Non era una certezza, ma tanto doveva bastare per continuare a crederci.
Luca si sistema sulla poltroncina massaggiando il ginocchio dolorante. Il tono della sua voce si fa meno grave: "Il bello della ricostruzione è che non si è soli. Arrivarono molte persone: la protezione civile, i vigili del fuoco, parenti, amici. Anche sconosciuti volenterosi. E tutti collaboravano per perseguire uno scopo comune. Certo, la situazione restava gravissima e c'era tanto da fare, ma lo spirito era di grande solidarietà e fratellanza."
Il mio pensiero va a chi mi stava intorno in ospedale. Persone che facevano un mestiere, certo, ma che mettevano sempre qualcosa in più sul piano personale e umano. Medici e infermieri, professionisti instancabili, lavoravano fianco a fianco per lo stesso obiettivo. Ma anche i parenti e gli amici più cari; sempre presenti, sempre disponibili e discreti.
Mia moglie, come un soldato, sempre accanto a me, mi infondeva fiducia e speranza, anche quando era ben difficile sperare. Il mio compagno di stanza, con cui ho condiviso momenti buoni e meno buoni: discese e risalite.
E mio fratello. Così diverso da me, per rivelarsi poi, invece, il migliore donatore possibile. Il suo midollo ora è anche il mio…
Ancora un breve silenzio… il ragazzo si fa serio. Evidentemente un pensiero lo turba: "Quando percorro le strade e passo davanti alle case, alcune distrutte, altre sfigurate, altre puntellate, mi si stringe un nodo in gola. Penso alle persone che ora vivono nella paura e nel disagio. Penso a coloro che hanno perso tutto. Non mi riesce di attraversare le vie del mio paese senza pensarci ogni volta. E il senso di una profonda malinconia si rinnova."
Già. Rivivere le proprie esperienze terribili, anche solo nei ricordi, mette angoscia. Quando passo davanti al Policlinico non riesco a non pensare a chi in quel momento vi si trova ricoverato o al lavoro. La sera, soprattutto, le luci accese attraverso le finestre dell'ospedale mi ricordano che c'è qualcuno là dentro, qualcuno che sta lottando contro i propri mostri. E che altre anime buone stanno facendo turni di lavoro lontani dalle proprie famiglie, dando tutta l'assistenza medica e umana di cui sono capaci…
Un grosso respiro e Luca accenna un sorriso: "Ma per fortuna le case nuove sono robuste e belle. Anche la mia.
Non posso escludere che ci saranno altri terremoti e nemmeno che questa casa non crollerà mai, ma almeno so che le cose distrutte si possono ricostruire."
Forse il senso sta tutto qui! Non si può sperare di non ammalarsi mai. Ciò che invece ci si può augurare è che esista un modo per ricostruirsi. Magari dopo avere abbattuto i resti di quanto era stato insultato dalla malattia. Magari dopo avere raggiunto il limite della sopravvivenza in condizioni fisiche estreme. Ma comunque rigenerarsi, rialzarsi, rivivere.
La porta dello studio si socchiude e il viso sorridente di Elisa fa capolino: "Scusate il ritardo: telefonata impegnativa. Vedo che avete fatto amicizia… di che parlavate?"
"Di terremoti e altri disastri" rispondo io, poi aggiungo: "Elisa, avevi fissato entrambi i nostri appuntamenti alla stessa ora, ti sei sbagliata?" e lei, con enfasi: "Non so, dillo tu. Mi sono sbagliata?"
Realizzo che forse… Luca non era lì per caso. Sorrido…

Le parole di Luca mi avevano riaccompagnato dall'inizio alla fine della mia difficile esperienza. Il parallelo fra malattia e terremoto era incredibilmente pertinente: avevo rivissuto passo passo il mio percorso nel suo racconto, seppure apparentemente così differente…

E ora una immagine mi appare, lampante.

La mia nuova vita è la mia nuova casa.
La mia nuova casa è la mia nuova vita.



giovedì 21 marzo 2013

In fila alle Poste - Standing in line at the post office



Con mia moglie all'ufficio postale.
Prendo il numero per il mio turno in fila e mi siedo in attesa.

Mi guardo attorno: gli uffici postali sono cambiati. Anni fa erano luoghi tristi, illuminati con luci al neon. La fila si faceva in piedi, con i bollettini da pagare in mano. E quelle attese così lunghe… per i pensionati era un modo per ritrovarsi e socializzare.
Per i bambini invece era una noia: le mamme li tenevano per mano e loro, dopo avere scambiato un breve sorriso con le persone intorno, protestavano dimenandosi per liberarsi dalla presa.
E gli impiegati… facevano un mestiere ossessivamente ripetitivo, con le stampanti che ronzavano ritmicamente e il tonfo martellante del timbro postale; sempre due colpi alla volta.
Allo sportello c'erano i vetri antirapina e si faticava a capirsi attraverso la fessura…
Lasciare l'ufficio postale era un sollievo: si riguadagnava la luce del giorno e il corso dei propri impegni…

Dove mi trovo ora è tutto diverso. Il soffitto è pulito e vi sono numerose lampade che emettono una bella luce chiara. Sono circondato da scaffali di libri in vendita. Più in là c'è anche il banco di un bazar con una signora che vende piccola cancelleria, portachiavi e pupazzetti per bambini.
C'è una gradevole musica di sottofondo e una diffusa sensazione di serenità, nonostante, essendo sabato, gli addetti stiano lavorando alacremente.
E poi questo efficiente sistema di gestione delle file, con il numero del turno da servire ben visibile sugli sportelli… io ho il mio biglietto in mano… distrattamente ci gioco un po', badando di non stropicciarlo troppo.

La mente, nelle attese, fa percorsi imprevedibili e chissà perché mi ritrovo a ripensare al mio ricovero, alla mia malattia. Forse ancora considero una fortuna insperata il poter condurre una vita normale dopo quello che ho passato. Essere in attesa in un ufficio postale equivale a disporre in piena libertà del proprio tempo, al punto di poterlo addirittura sprecare impunemente aspettando il turno in fila.
Il contrasto con il ricordo di quando invece mi aggrappavo alla vita minuto dopo minuto è forte e mi fa riflettere...
Assorto in questi pensieri faccio appena caso a mia moglie che all'orecchio mi sussurra: "Guarda, c'è il Professore."

Mi volto e scorgo, alle mie spalle, un soprabito. Più su una barba scura… sì è Luppi, il Professor Luppi, Direttore di Ematologia.
Mi alzo, porgo la mano: "Professore, buongiorno… sono… beh, sono un suo paziente" e lui, senza battere ciglio: "Certo, mi ricordo. Buongiorno, come sta?" Ecco… sull'onda emotiva dei miei pensieri risponderei: "Sto talmente bene che faccio la fila in posta!" Ma temo che mi prenderebbe per matto, quindi ripiego su una risposta meno originale: "Sto bene, grazie a lei!"
Poi, nell'arco di un istante, un breve scambio di sguardi che sottendono parole…

- Ecco… il tuo stato di salute è il risultato del nostro lavoro di medici e infermieri, ma soprattutto del tuo impegno…
- So di avercela messa tutta, ma tu hai certamente realizzato e condotto una squadra eccellente di persone motivate e volenterose, senza le quali non avrei mai potuto giungere a tanto.

- Non sempre le cose vanno per il meglio, ma tu sembri avere preso la strada giusta...
- Sai, ora vivo le giornate come fossero un dono. Un pacchetto che apro la mattina per arrivare alla sera. E non dirò mai più che sono sfortunato…

Ci salutiamo: "Mi ha fatto piacere rivederla." "Il piacere è mio, Professore."

… sorrido distrattamente ripensando a quando, al mattino, durante il giro delle visite, si formava il consueto capannello di medici intorno al Professore proprio davanti al mio letto. Sussurravano fra loro a bassa voce.
Io tendevo l'orecchio ma non mi riusciva di catturare il senso dei loro discorsi. Poi, uno prendeva la parola e, in termini comprensibili, mi descriveva la situazione e le cure previste.
Alla fine, dopo il saluto, un ultimo scambio di sguardi...

- Ce la farai…
- Ce la farò!